“Vent’anni dopo” poteva essere un valido titolo alternativo per Il diavolo veste Prada 2 (2026), uscito esattamente quattro lustri dopo l’eccezionale trionfo del primo. Ma l’intestazione originaria, d’altronde, è parte integrante dell’efficiente e fascinosa griffe che ha trasformato rapidamente il film in un cult e finanche ha trasposto il medesimo titolo nel linguaggio comune. L’attinenza con quel sequel di Alexandre Dumas, però, non è poi così peregrina. Il diavolo veste Prada (2006), sophisticated comedy 2000.0, ha nelle sue pieghe narrative sviluppi di funzionale feuilleton, che al giorno d’oggi è il serial televisivo.

Quattro personaggi centrali, intrighi (di corte), conflitti (personali e interiori), disavventure (lavorative), amori e amicizie, risoluzioni (professionali e amorose) e anche – a suo modo – un’allettante descrizione d’ambiente e di oggettistica (il mondo della moda, il jet set e le svariate parure griffate), sono molteplici elementi che permetterebbero un fruttuoso serial alla stregua di Sex and the City. Oppure la creazione di una soap opera sulla falsariga di Beautiful.

Il diavolo veste Prada 2 ripropone il medesimo staff trionfante, sia il quartetto attoriale originario sia l’apparato tecnico: David Frankel (regia), Aline Brosh McKenna (sceneggiatura), Florian Ballhaus (fotografia), Jeff Gonchor (scenografia) e Molly Rogers (costumi). L’unica differenza è che non attinge direttamente dal romanzo seguito di Lauren Weisberger, dal titolo La vendetta veste Prada.

Ma anche la trama di questa prosecuzione cinematografica cerca di non allontanarsi da quella intessuta due decenni prima. Questo sequel – come molti altri – realizzato dopo un lunghissimo lasso di tempo deve confortare il precedente pubblico e al contempo attirarne di nuovo. Vent’anni sono tanti, con in mezzo una nuova generazione e vorticosi cambi sociali, tecnologici e cinematografici che hanno forgiato i succitati spettatori.

Tra strizzate d’occhiolino al primo capitolo, veri in-jokes per i fan, humor chic e cinico, un poco di congiura shakespeariana (che non si consuma) e svolte finali languide, Il diavolo veste Prada 2, come il precedente, va apprezzato più come pratico catalogo descrittivo di un mondo patinato (visto dal basso da una novella Cenerentola più scafata), e vetrina – conclamata sin dal titolo – di product placement di lusso, più che come film compiuto. E forse, tra venti anni, diverrà anch’esso un reperto storico per comprendere l’alta società come lo è diventato il primo, guardandolo oggi.

The Devils Wears Prada 2, nel voler essere ancora trendy, pertanto, resta un prodotto hollywoodiano confezionato abilmente, deciso a tavolino, come attesta l’aumento del budget, che si aggira tra i 100 e i 150 milioni di dollari allo scopo di rilanciare il pregiato brand. Una distinta confezione che fa leva nuovamente sul cast, in cui spicca Meryl Streep, il cui personaggio di Miranda questa volta mostra tratti più umani, e l’efficace, compassato Stanley Tucci. Oltre a Emily Blunt, che conferma le sue doti di commediante. Mentre è meno funzionale, poiché il ruolo di Andy ha ormai un determinato set caratteriale, Anne Hathaway.