Il dono più prezioso per Michel Hazanavicius, come recita la voce narrante calma di Jean-Louis Trintignant, è l’amore, quello dato ai figli, “ai propri e a quelli degli altri”. Questa linea narrativa, tratta dall’omonimo romanzo di Jean-Claude Grumberg, è quella principale che attraversa l’intera fiaba dei taglialegna.
Il viaggio stremante verso la morte di una delle tante famiglie stipate nei vagoni merci sta per concludersi, ma un padre, attraverso un piccolo spiraglio, scorge una sagoma femminile nella neve e decide di sacrificare, lanciando fuori dal vagone, uno dei suoi figli neonati, nella speranza che quel fagotto possa salvarsi da ciò a cui l’intera famiglia sta andando incontro.
Il pianto della bambina, dispersa nel campo innevato, attira la moglie del taglialegna, che poco prima aveva pregato il treno come fosse un moderno idolo spirituale. La vecchiaia e la perdita del figlio sono il suo tormento quotidiano: una sofferenza muta, interrotta solo da quel pianto improvviso, che spezza il silenzio immobile delle sue giornate.
Tuttavia, quando la moglie del taglialegna torna a casa con la bambina, si trova a dover combattere contro il marito e contro le credenze in cui entrambi hanno sempre confidato. Scoprono così che i “senza cuore” in realtà un cuore ce l’hanno: batte, risponde ed è capace di entrare in relazione con quello dell’altro. Intanto, un uomo, fisicamente, ma non spiritualmente, devastato dalle guerre diventa l’unico punto di riferimento per la donna, che ha bisogno di latte per nutrire la piccola creatura. Mentre seguiamo le vicende della nuova famiglia in cui la bambina è finita, su un piano parallelo emerge il destino della famiglia d’origine, dopo l’arrivo al campo di sterminio.
Hazanavicius sceglie l’animazione per raccontare questa storia immaginaria, ma neanche troppo. I paesaggi sono morbidi e delicati. Una natura che nasconde, ma non è ostile. Infatti, l’ambientazione naturalistica conserva i tratti di una fiaba. Le persone, invece, sono ritratte con segni duri e profondi, squadrati e taglienti. Hazanavicius, che ha sempre coltivato una passione per il disegno e che qui riveste anche il ruolo di character designer, costruisce la rappresentazione del campo di sterminio attraverso elementi ricorrenti - il filo spinato, i binari, le baracche - senza trasformarli in meri stereotipi visivi.
A colpire è soprattutto una scena che sembra ispirata ad alcune delle fotografie più significative del Sonderkommando, scattate clandestinamente dall’interno delle camere a gas: immagini di prigionieri costretti a riempire fosse di cadaveri ossuti. È una scelta potente, che consente di restituire con precisione uno dei molti dispositivi di tortura integrati nel funzionamento stesso del campo, pratiche pensate non solo per annientare, ma per essere funzionali ed efficienti all’interno di una vera e propria industria della morte: un compito a cui anche il padre originario della bambina è costretto durante la sua prigionia. Sezioni di luoghi che oggi possiamo anche ricostruire, ma che difficilmente possono essere restituite con piena fedeltà.
Solo la memoria dei pochi superstiti può tentare di colmare questa distanza, senza però riuscire a tradurla completamente in immagini. Luoghi che così restano avvolti in una nebbia, nella quale, all’interno del film, l’uomo e i suoi compagni si muovono come spettri. Spettri come i volti sofferenti dei morti che gli volteggiano attorno e che sembrano rievocare i primi disegni realizzati dopo l’apertura dei campi: un po’ Corrado Cagli, un po’ David Olère.
In questo spazio di immagini e colori nitidi, ma anche ombre, fumo e assenze, Hazanavicius sceglie per il suo film il silenzio come sua forma più radicale di racconto. Le parole si ritirano quasi del tutto, lasciando che sia la colonna sonora di Alexandre Desplat a farsi voce e presenza emotiva che guida all’interno del racconto. Una musica che non commenta né consola, dando corpo a un silenzio che non è vuoto, ma carico di memoria e dolore.