Ne La terrazza (1980) di Ettore Scola c’è un balzano scambio di battute tra una portiera (Elena Fabrizi) e un fruttivendolo di strada. Detta singolare scena è per illustrare meta-cinematograficamente la crisi creativa che affliggeva la Commedia all’italiana a fine anni Settanta, rappresentata nella pellicola dallo sceneggiatore Enrico (Jean-Luis Trintignant), ormai arido d’idee. La portiera: “Una vicenda sommaria e sciatta, che frequentemente scade nel bozzettismo più vieto”. Il fruttivendolo: “Inzeppata di battute di seconda mano che non nascondono una sostanziale povertà d’ispirazione”. “E manco risollevano le sorti di questa grigia stagione cinematografica".

Un mordace dialogo che pare prefigurare gran parte della consistenza narrativa de La cena (1998), un’ambiziosa commedia corale e di costume intergenerazionale con il quale Scola ha cercato di realizzare una ricognizione analitica, con alcune ferine stilettate, della società italiana degli anni Novanta. Applicando le regole drammaturgiche aristoteliche (unità di azione, tempo e luogo), già usate in maniera molto più duttile negli altrettanto corali La terrazza, Ballando ballando (1983) e La famiglia (1987), e attraverso una cernita di tipologie di genere e ceto, il regista mette in scena dei “mostri” di fine millennio, tra mediocrità, vanità e vacuità.

La pellicola, però, diviene più una fulgida illustrazione di come l’autore trevicano abbia smarrito, con il trascorrere del tempo, quel perspicace mordente narrativo espresso in altre opere del passato, proponendo, piuttosto, soltanto un bozzetto di critica speciosa e proclive all’indulgenza, come attesta il personaggio dell’anziano maestro Pezzullo (Vittorio Gassman), testimone che osserva tutto e bonariamente interviene a dirimere alcune questioni.

Acuto e cinico osservatore della realtà italiana sin da quando era soltanto uno sceneggiatore come attesta il suo contributo all’episodico I mostri (1963) di Dino Risi, e abile modellatore di personaggi femminili come quello de Io la conoscevo bene (1965) di Antonio Pietrangeli, divenendo anche regista Scola ha aggiunto a queste attitudini una tecnicistica messinscena e un’efficiente capacità di dirigere gli attori. C’eravamo tanto amati (1974), granitica lapide della Commedia all’italiana, condensa mirabilmente queste peculiarità.

Dopo alcune ambiziose e “calligrafiche” opere (Passione d’amore, Il mondo nuovo, Ballando ballando), dalla fine degli anni Ottanta il suo cinema perde quella certa puntuta puntualità descrittiva, con osservazioni intimistiche/familistiche o sociali meno caustiche, anche a cagione di fisionomie di personaggi tratteggiati genericamente. Pertanto restano soltanto la perizia tecnica, con un’elegante e sinuosa regia, e le competenze nella direzione degli attori, in questo caso un gremito cast che rispecchia le differenti generazioni attoriali del cinema italiano.

Il difetto de La cena s’individua proprio nella sceneggiatura, scritta familisticamente da Ettore Scola, Furio Scarpelli, Silvia Scola e Giacomo Scarpelli, che non riesce quasi mai a dare un veridico ritratto delle situazioni e dei personaggi trattati. Il cumulo di contesti estrapolati dalla realtà quotidiana è come se fosse stato osservato da un attico e non captato nel vivo della strada e/o in una trattoria, tra una preponderanza di stereotipi caratteriali, dialoghi sovente artefatti e situazioni risolte tramite una comicità frusta. Il nugolo di personaggi è certamente composto di (nuovi) mostri, ma non si prova pietà e men che meno ripulsa verso loro, proprio per quell’acquiescenza che non punisce nessuno: si resta in seno alla famiglia, si gioca a carte in allegria post chiusura dell’osteria.

Probabilmente l’unica situazione che ricorda i veraci fasti della Commedia all’italiana sono quelle con il capocuoco Duilio (Eros Pagni), nostalgico comunista incazzato per la deriva centrista della Sinistra e che striglia animatamente e continuamente gli altri lavoranti. Ma forse si potrebbero aggiungere anche il personaggio dell’anziano capocameriere Diomede (Riccardo Garrone), saggia e morale figura umana o, benché soltanto una figura di sfondo, il folklorico commerciante Curci (Venantino Venantini), che pare estrapolato da un film dei Vanzina.

Mentre tra i personaggi femminili tratteggiati e impegolati in questioni intimiste, quelli più completi, anche per merito delle aderenti interpretazioni delle attrici, sono la svampita madre Isabella (Stefania Sandrelli) alle prese con una figlia che vuole prendere i voti, o la giovane fidanzata (Eleonora Danco) giudiziosa ma con uno svagato moroso. Menzione a parte la storia del giovane nerd appena diplomato, seduto a un grande tavolo assieme alla mamma perché gli altri invitati l’hanno bidonato. Storia inutile all’economia del racconto ma curioso inserimento perché Scola ha scelto per la parte del neo-diplomato l’attore Paolo Merloni, già apparso come secchione ne La scuola (1995) di Daniele Luchetti.

Pertanto è come se La cena fosse un’ironica postilla cinefila, come ugualmente lo è l’apparizione di un invecchiato e abbrutito Ettore Garofolo, al suo ultimo film. Giovanissimo borgataro scoperto da Pier Paolo Pasolini, apparve anche nell’affollato Brutti, sporchi e cattivi (1976).