Camille è una giovane promessa della boxe. Inseguendo una volpe precipita in un dirupo e, nonostante sul piano fisico la guarigione dalla brutta ferita sembri risolversi senza strascichi, il ragazzo inizia a manifestare una sempre maggiore sofferenza psicologica.

È chiaro il progetto di Valery Carnoy alla base del suo Danse des renards: prendere a pretesto l’incidente, la ferita (e quindi un’alterazione del corpo) per raccontare la fragilità fisica ed emotiva dell’adolescenza. Il regista belga cuce la sua storia addosso al biondo Samuel Kircher, la cui presente ma non eccessiva prestanza fisica è il giusto contraltare alla malinconia che alberga nei suoi occhi azzurri. E sebbene l’opera sia molto movimentata (specialmente negli incontri sportivi), a colpire lo spettatore sono i momenti in cui ci viene restituito lo sguardo del protagonista, in una serie di campi e controcampi che trasformano continuamente Camille in un soggetto che osserva e in un recettore della realtà.

A ben guardare, allora, se le sequenze dei match non producono quell’adrenalina incontenibile che altri film sulla boxe invece sottolineano (e che al contrario ritroviamo nelle scene di lotta con i compagni fuori dal ring) è perché Carnoy ce li racconta con quel senso di distacco che sta avvolgendo il ragazzo e che gli fa percepire il quadrato come una gabbia nella quale si sente imprigionato. È chiaro che la caduta, per Camille, ha comportato la perdita di un equilibrio interiore, di quella centralità e quella concentrazione così necessari a perseguire la carriera sportiva.

Questo sbilanciamento risulta allora incettabile, tanto per coloro che riescono a considerarlo soltanto come il campione a cui sono abituati, quanto per lui medesimo, perché sente il proprio corpo ribellarsi alla routine fisica e mentale sulla quale ha costruito le sue giornate e il suo rapporto con gli altri.

Due figure in particolare si collocano agli estremi opposti di questa sua battaglia interiore: da una parte Matteo, il suo migliore amico, l’assistente di ogni allenamento, lo sprone costante al miglioramento fisico, l’“anima gemella” senza la quale pensarsi sul ring è per lui impossibile; dall’altra Yasmina (“Yas”), la ragazza appena iscritta nella sua scuola, che pratica il taekwondo senza alcun interesse per la competizione (“voglio fare l’istruttrice”) e suona la tromba in mezzo al bosco.

Yas apre a Camille nuove possibilità di guardare il mondo e sé stesso, a cominciare da quella cicatrice sul braccio che inizia a perdere sia la sua connotazione di “cosa orribile” per diventare un elemento del percorso di vita del ragazzo (esattamente come quella sul ginocchio, causata dalle violenze paterne) sia la sua drammatica unicità, perché anche il corpo della giovane è segnato dalle sofferenze.

Yas e Camille instaurano una relazione pura, costruiscono un rifugio al riparo della bruttezza del mondo che può essere dimenticata – pure soltanto per pochi momenti – grazie alla magnifica melodia dello Studio n.2 “Du Style” di Theophile Charlier. In effetti, le due sequenze in cui Yas suona questo brano sono tra le più iconiche e meravigliose del film, anche perché Carnoy le ambienta in due contesti che contrastano enormemente con la quotidianità dei protagonisti: la radura nel bosco e i tetti della scuola.

Anche lo spazio diventa quindi uno strumento per trasmettere i messaggi del film, come a mostrare a Camille (e agli spettatori) che c’è un altro mondo, un altrove non lontano dove non arriva la mascolinità tossica che talvolta soffoca l’adolescenza, specialmente negli ambienti sportivi competitivi. Del resto, cos’è la passione di Camille per le “volpi selvagge” del titolo e per le loro danze che egli ama osservare nei boschi, se non un’invidia della loro libertà?