Sono trascorsi cento anni dall’uscita di The Gold Rush (in italiano La febbre dell’oro), uno dei classici intramontabili della cinematografia muta, scritto e diretto da Charlie Chaplin. Era infatti il 1925, quando allo Strand Theatre di New York viene proiettato in prima visione il film destinato ad incassare una delle somme più alte della cinematografia muta -cinque milioni di dollari in totale- tra gli anni ’20 e ’30. Ma cosa rende una delle tante avventure - o meglio, disavventure - di Charlot così importante? E soprattutto, dopo cento anni come può La febbre dell'oro restituire una storia così moderna e attuale?

Il regista Antonio Pietrangeli, scrivendo di Chaplin sulla rivista di cinema Star (1944), sostiene che “atemporalità e universalità sono le caratteristiche della grande arte”. Forse, proprio questi due aspetti, atemporalità e universalità, sono la chiave di lettura per decifrare la compiutezza e la riuscita di The Gold Rush.

Innanzitutto, l’opera tra ispirazione da fatti realmente accaduti. Il primo, del 1846, è la tragica vicenda della spedizione Donner che vede la morte di alcune famiglie di cercatori d’oro, sulle gelide cime della Sierra Nevada, e il secondo è l’epopea del fiume Klondike nel 1896, che inaugura l’epica stagione della corsa all’oro, concorrendo a plasmare uno tra gli immaginari americani più fervidi e roboanti -che Chaplin non poteva non rielaborare.

Attingendo da questo materiale storico, Chaplin ritaglia una storia ad hoc per il suo personaggio Charlot, il vagabondo (the tramp) in pantaloni larghi, bastone, baffi e bombetta che più di tutti ha saputo farsi carico e smontare gli ingranaggi moderni della società capitalista americana. Sono due le principali linee narrative che sostengono la spedizione di Charlot, da una parte la ricerca dell’oro assieme al cercatore Big Jim e dall’altra, la conoscenza della ballerina/cantante Georgia, alla quale il protagonista promette il sogno di una nuova vita insieme, all’insegna della ricchezza e della felicità.

Entrambi gli sviluppi narrativi sono costruiti su un’evoluzione graduale di situazioni, gesti e caricature, cucite assieme dagli elementi che contraddistinguono la punteggiatura stilistica di Chaplin, ovvero la gag e l’equivoco. D’altro canto, La febbre dell’oro contiene alcune tra le più celebri gag del cinema muto, anche grazie al vanto degli effetti speciali, straordinariamente innovativi e costosi per l’epoca. Tra questi, si denota l’iris di apertura, le trasposizioni e le dissolvenze, specie quella incrociata che trasforma Charlot in un pollo agli occhi di un Big Jin affamato e sopraffatto.

Ma ciò che rende le gag del film così degne di nota -da classico del cinema muto- è la natura stessa della comicità. In altri termini, una comicità che sviscera il comico dal pathos degli eventi, dalla drammaticità delle vicende umane rappresentate: l’emigrazione in cerca di fortuna, la fame, la miseria e l’inettitudine umana dinnanzi alla natura.

Sequenze come quella dove Charlot e Big Jin sono seduti sconsolati al tavolo, intenti a masticare e tirar giù lo scarpone bollito con stringhe incluse -che nella realtà era tutto di liquirizia- agiscono in funzione di una comicità proiettata al tragico (in questo caso la fame), e come ha dichiarato in merito il critico Guido Oldrini, “benché l’intento creativo ultimo sia comico, il comico non si contiene più in sé stesso, trapassa da sé nel dramma, o meglio nell’epopea drammatica.

Per non dimenticare poi, la scena della celebre danza dei panini, che trae la sua comicità -pura e geniale- dal dramma di essere un’amara illusione, capace secondo il critico letterario Mario Alicata di “racchiude in sé tutto il palcoscenico d’un teatro di varietà”.

Ragionando di queste considerazioni, rispetto all’atemporalità e l’universalità citate, e riflettendo sui fortunati sviluppi delle commedie “drammatiche” di Chaplin, possiamo perciò comprendere il successo produttivo e critico di The Gold Rush, in grado di - citando le parole di Mario Alicata in un articolo del Cosmopolita (1944) -  "comunicare in modo spontaneo i sentimenti più intimi e profondi degli uomini in modo da renderli accessibili all’animo di tutti gli altri uomini. Questo significa, senza dubbio, narrare".