Si potrebbe dire che La notte arriva sempre è un film che opera a danno dell’immagine americana e in particolar modo, a danno della ricchezza americana, quella senza freni inibitori che si ritrova in alcune delle recenti serie televisive - da The White Lotus a Sirens - e che si sposa felicemente con un altro grande mito americano, quello del potere. Si può dire pertanto, che La notte arriva sempre è un film estremamente pericoloso per un certo tipo di America, in quanto pericolosamente veritiero nel raccontare l’altra, l’America sul lastrico.

Il film, diretto da Benjamin Caron e tratto dall’omonimo romanzo di Willy Vlautin, mette in scena un autentico one woman show che ruota attorno a Lynette, una giovane donna che porta sulle spalle il peso di una famiglia impoverita e di una casa sull’orlo del pignoramento. La protagonista, interpretata da una volitiva -quanto spregiudicata- Vanessa Kirby, non guarda in faccia nessuno pur di ottenere ciò che vuole, muovendosi tra i meandri dell’America più elusiva e silente.

L’intera vicenda narrativa si costruisce attorno ad una disperata ricerca di 25.000 dollari per far fronte al debito contratto con la banca e ricomprarsi la casa di famiglia, in cui ora vive con la madre (che tenta di sabotare l’acquisto) e con il fratello affetto da sindrome di Down. Il tutto, cadenzato da un count down che scandisce il tempo che va esaurendosi. Lynette ha infatti una sola notte, uno scarso accumulo di ore per consegnare i soldi all’avvocato prima che la casa venga pignorata e venduta ad un altro acquirente.

Ma la ricerca del denaro è soltanto la punta dell’iceberg e il movente narrativo che permette di guardare con lucidità -e di addentrarsi- nella crisi emergente post-Covid che dilaga nell’America del MAGA, quella segnata da una profonda frattura del mercato immobiliare e del lavoro, dove per ogni americano che trova una casa, altri quattro vengono sfrattati. La crisi che acutizza la criminalità, l’esondare delle droghe  -prima fra tutte il Fentanyl - e la divergenza sociale tra classi in maniera irreversibile perché - come ben sappiamo - nella Terra Promessa che è l’America, tutti odiano la povertà e i poveri.

In uno squarcio sociale che prende le sembianze di un far west moderno e metropolitano - dove ognuno è padrone del proprio destino e al comando delle proprie azioni - Lynette intraprende la sua ricerca dei 25.000 dollari, la sua corsa contro l’albeggiare del giorno che la porta a scontrarsi in un far west sì moderno, ma anche -incondizionatamente- maschile. Ed è in questo elemento che si codifica la peculiarità e la forza tematica del film, Lynette è una donna sola contro un mondo violento di uomini.

Caron, partendo dal romanzo, restituisce una protagonista femminile sfaccettata, dal passato difficile che non teme di vestire i panni del buon padre americano, pronto a sacrificarsi per la famiglia. Lynette diventa quindi una Penelope pronta alla guerra, per citare lo straordinario primo romanzo di Oriana Fallaci. Ogni azione razionale che la protagonista compie nel tentativo di raggiungere la somma di denaro che le permetterebbe di avere un tetto sopra la testa, conduce invece, ad una reazione irrazionale e irremeabile, come un gorgo che spinge sempre più in profondità e dal quale è impossibile uscirne.

La regia di Caron si distingue per la capacità di ritagliare visivamente una storia violenta in totale oggettiva, accordando ai movimenti rapidi e ansiogeni - che ammoniscono lo scorrere del tempo- l’estensione di piani sequenza più lenti e raccolti. A ciò si aggiunge il merito di una fotografia che sa sperimentare con i contorni della notte in opposizione alle luci metropolitane, e la musica di Adam Janota Bzowski che accompagna il graduale accelerarsi delle azioni di Lynette, in un vorticoso climax di violenza e gravità.

Ciò che resta è poi una conclusiva presa di coscienza, priva di grandi ideali o forme di redenzione, di quello spirito americano che non si arrende e si ostina a rialzarsi. Forse, proprio nel finale, il film costituisce il danno più grave all’immagine americana, quello della sconfitta.