Con La ragazza del coro, la cineasta slovena Urška Djukic debutta alla regia. Per inaugurare il suo percorso ha scelto di esplorare, attraverso la sua giovane protagonista Lucia, una fase fragile e decisiva dell’adolescenza, quando la curiosità sessuale e la scoperta del proprio corpo e, di conseguenza, di nuove emozioni iniziano a definire il rapporto tra individuo e realtà circostante.
Le amiche del coro cattolico di cui Lucia fa parte giocano spesso con lei: la prendono in giro perché, a sedici anni, non ha ancora avuto il primo ciclo e sembra priva di istinti sessuali, o meglio, li reprime. È infatti schiacciata da un profondo senso di colpa e da una devozione quasi assoluta verso la Vergine Maria. Vorrebbero scuoterla da quel torpore che la porta spesso a isolarsi, assorta nello sguardo verso panorami o dettagli privi di reale attrattiva.
Il suo però non è un incantamento innocente, piuttosto è il segno di un’infanzia che fatica a cedere il passo all’età adulta. Questa tensione la porta spesso a muoversi su un confine sottile tra il profano e il blasfemo, una versione blanda rispetto alla Benedetta di Paul Verhoeven che comunque in qualche modo riecheggia. Si pensi al gioco della bottiglia con l’acqua santa, e soprattutto al bacio alla statua mutilata della Madonna perché “è la donna più bella”, che quindi diventano segni di una sensualità che invade il sacro e lo ribalta.
Durante un ritiro in un convento, per le prove del coro, la presenza improvvisa di corpi maschili desiderabili fa nascere in Lucia impulsi nuovi. Djukic traduce questo risveglio in una serie di immagini simboliche: la mano spezzata di una statua della Madonna come metafora della paura per i peccati, i fiori che sbocciano come le pulsioni che emergono, e anche un’ape alla ricerca del nettare come Lucia alla ricerca di sé.
La ragazza si trova così divisa tra tre poli di attrazione e controllo. L’operaio, con il suo corpo sudato e terreno, la incuriosisce e la intimorisce. Non è però un corpo idealizzato alla James Dean, bensì quello di un uomo più maturo, scelto proprio per evocare la confusione del desiderio represso. In lui non c’è l’oggetto di un’attrazione concreta, ma il simbolo di un impulso indistinto, di un bollore primordiale e non ancora razionalizzato.
A tutto questo si affianca l’ambiguità dell’amica, che nel dichiararle un desiderio velato tenta di “sconsacrarla”, di strapparla alla dimensione di purezza in cui Lucia si rifugia. In opposizione a entrambe, le figure adulte (quindi la madre e le suore, ma anche il maestro di musica), incarnano la forza repressiva del contesto. Ognuna, a modo suo, censura o distorce la nascente sensualità della ragazza, intrappolandola in un conflitto tra corpo, fede e colpa.
La ragazza del coro costruisce la propria forza visiva sull’insistenza per i dettagli di bocche, ombelichi e sguardi, che diventano segni quasi palpabili della scoperta di sé di Lucia. Il suono partecipa a questo processo intrecciando ai canti del coro i sussurri e bisbigli di coscienza, fino alla sequenza conclusiva in cui la protagonista, con i capelli sciolti, si libera dal proprio involucro e si lascia trascinare, anche simbolicamente, da una musica più contemporanea.