Caposaldo della Sci-Fi degli anni ’50, L’astronave atomica del Dottor Quatermass (The Quatermass Xperiment, 1955) di Val Guest è tratto dall’omonimo serial televisivo, composto di sei puntate, trasmesso dalla BBC nell’estate del 1953. Un piccolo classico a cui sono poi seguiti tre film: I vampiri dello spazio (Quatermass 2, 1957) sempre diretto da Val Guest e anch’esso tratto dall’omonimo serial Tv; L’astronave degli esseri perduti (Quatermass and the Pit, 1967) di Roy Ward Baker; e Quatermass Conclusion: la Terra esplode (The Quatermass Conclusion, 1979) di Piers Haggard.

Quest’ultimi due con uno sviluppo totalmente differente dall’originale. L’importanza del capostipite nel genere Sci-Fi non risiede particolarmente nella resa visiva e nemmeno tanto nell’originalità della trama, quanto nella nazionalità e nella casa di produzione. Gli anni ’50 furono il decennio in cui a Hollywood esplose la fantascienza cinematografica, sia sulla scorta dei primi avvistamenti di ufo (o presunti tali), sia per la crescente angoscia che la popolazione americana aveva della Guerra fredda.

I fantasiosi proteiformi extraterrestri erano immaginifiche metafore del pericolo Rosso, ad esempio sotto forma di gelatinoso mostro rosso che inghiotte ogni cosa, oppure alieni pronti a sostituire gli umani. Erano produzioni di Serie B, usualmente di rapido consumo ma alcune degne di nota non soltanto per un’ingegnosa sceneggiatura, ma anche per una regia capace di sfruttare l’irrisorio budget per imbastire un funzionale e indimenticabile film. Tra gli esempi più fulgidi L’invasione degli ultracorpi (Invasion of the Body Snatchers, 1956) di Don Siegel.

In questo genere battente prepotentemente bandiera stelle e strisce, ecco che dal Regno Unito la piccola casa di produzione Hammer decise di trasporre al cinema il fortunato serial de L’astronave atomica del Dottor Quatermass, tentando di infilarsi nel crescente e redditizio genere. Una pellicola Low Budget che seguiva la funzionale e propizia intuizione della RKO: far crescere la tensione mostrando poco, e mostrare l’orrore soltanto nel finale. E su questo escamotage ecco che il film di Val Guest procede come un thriller, in cui gli spettatori, assieme al Dr. Quatermass (Brian Donlevy) e alle autorità, cercano angosciosamente di capire la causa della morte dei due astronauti e la mutazione fisica che sta cambiando il corpo dell’unico superstite (Richard Wordsworth).

Un efficace sviluppo narrativo che è soprattutto merito dello sceneggiatore Nigel Kneale, ideatore del personaggio di Quatermass, più che della messinscena di Val Guest, che non sempre è abile a porre il giusto accento registico sul crescendo della trama, come invece saprà fare Roy Ward Baker nel terzo capitolo. Rispetto ai coevi prodotti americani, L’astronave atomica del Dottor Quatermass non è una metafora politica (la creatura vuole soltanto cibarsi per sopravvivere), quanto uno spettacolo tout court nel quale la fantascienza è soltanto un genere “vettore”, perché nella seconda parte del film prevalgono alcuni elementi horror: l’astronauta Victor vaga per la città come fosse un mostro, fino a diventare nel finale – per inciso alquanto deludente – un’abominevole creatura.

Anzi, la filiazione con l’horror classico si ha nella scena periferica in cui Victor ha un incontro ravvicinato con una bambina che sta giocando, e suddetto momento, carico di tensione, inevitabilmente rimanda a quella di Frankenstein (1931) di James Whale. Esperimento al centro del film, ma test prima di tutto cinematografico per la Hammer, che attraverso questo film “testa” l’efficienza del suo operato produttivo.

Sebbene la pellicola abbia avuto un buon riscontro di audience, come attestano i seguiti, il positivo esito fu principalmente dovuto alle sopracitate venature horror, che spinsero la casa di produzione britannica a dedicarsi maggiormente all’horror, rilanciando il genere e i suoi più noti mostri.