“La fanciulla piangeva, a piccoli sussulti, senza rumore, lo sguardo limpido tra le lacrime. L’umiliazione che aveva tanto temuto in precedenza ora non la spaventava più.”
Georges Bernanos, Sotto il sole di Satana
Tutto come prima. Nel prologo, interrogata dal Consiglio dei Fedeli, Bess McNeill, dimostrando un grande coraggio giudicato irripetibile e insieme patologico dai compaesani, gente dall’aria gelida e tutta incappottata, difende, ribattendo colpo su colpo, il suo promesso sposo. Un forestiero. Il suo nome è Jan, un operaio estraneo alla chiusura perpetuata all’interno della comunità.
Bess, meccanismo ostinatamente oltre la comprensione dell’assemblea degli anziani, imbrigliati dalla silenziosa discrezione di uno scricciolo. Bess, critica delle istituzioni inutili, della cialtroneria intrecciata indissolubilmente a una saggezza presunta. Una donna solo all’apparenza ai confini dell’insignificanza, eppure depositaria di una forza in grado sia di alterare l’equilibrio dei corpi in placido stato di quiete sia di infastidire Dio. L’essere inerte accerchiato da faldoni ricolmi di pratiche da evadere. Legislatore assalito dall’angoscia di dover concedere risposte sempre più puntuali ai dubbi urgenti della fervida discepola.
Nell’epilogo, un uomo di gran lunga più giovane è costretto a giustificarsi. Un medico, ugualmente in imbarazzo e impreparato davanti all’audacia di una ragazza ritenuta finallora debole e instabile dalla maggioranza. Chiamato a confermare la deposizione inizialmente rilasciata al cospetto della Commissione istituita al fine di appurare cause e responsabilità che hanno condotto a un martirio incomprensibile la protagonista, giunta all’ultima stazione di una via crucis costellata di atroci sofferenze. Ebbene, chiesto un bicchiere d’acqua, il dottore modifica a sorpresa la conclusione di un primo referto clinico. Infondendo nei magistrati, non inclini ad ascoltare un’ulteriore digressione, un tacito nervosismo, mitigato unicamente dalle parrucche incolori impostegli sul capo dal ruolo rivestito in società.
Chi è stata Bess McNeill, allora? Una persona buona, troppo dolce per il mondo. Un’anima dal cuore d’oro. Sicché, tutto come prima. Tuttavia, qualcosa sta cambiando. Qualche tempo più tardi, infatti, dopo la guarigione prodigiosa di Jan, ripresosi da un incidente quasi fatale, avviene un secondo miracolo. In alto nei cieli, individuate da un radar abituato all’oscurità totale, prima lentamente, dopodiché ritmicamente e metodicamente, suonano le campane. Forse, l’omaggio di Dio al sacrificio di Bess McNeill, oppure il suo ultimo atto d’amore verso il marito, prendendo in giro l’intero villaggio, sprovvisto di musica. Oppure, l’ultimo saluto di Maria Maddalena, ora Regina di Scozia, smessi infine i panni della peccatrice appioppatile in passato.
Ispirato al libro d’infanzia Guldhjerte (Cuore d’oro), in cui una ragazza, inoltratasi in una foresta, si priverà progressivamente di ogni bene al solo fine di aiutare i più bisognosi, Le onde del destino (Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 1996) è il primo capitolo della Trilogia del Cuore d’oro, scritta e diretta da Lars von Trier, autore anche dei successivi Idioti (1998) e Dancer in the Dark (Palma d’oro al Festival di Cannes 2000).
Segnalatosi al pubblico internazionale grazie alla Trilogia Europea – L’elemento del crimine, Epidemic, Europa (1984-1991); opere il cui tema principale è il declino del vecchio continente a partire dal secondo dopoguerra, ora abbandonandosi allo sperimentalismo più sfrenato, ora riflettendo sulla teoria cinematografica, ora incanalando lampi d’eleganza compositiva –, von Trier, lasciandosi momentaneamente alle spalle i primi quattro capitoli della serie Il regno, ancora in cerca di inesplorati mezzi espressivi, decide di rivoluzionare nuovamente stile e poetica.
A Parigi, nel marzo 1995, insieme al collega Thomas Vinterberg, presenta Dogma 95, movimento nato a Copenhagen con il preciso intento di sconvolgere e rinnovare il linguaggio della Settima Arte nell’anno del suo centenario. Sulla scia del saggio di François Truffaut Une certaine tendance du cinéma français, von Trier e Vinterberg pubblicano un Manifesto, introducendo un corpo di regole indiscutibili conosciute come il voto di castità.
Detta Costituzione verte perlopiù sull’estetica e le modalità di ripresa: utilizzo obbligatorio della camera a mano; rimozione di filtri e color correction in post-produzione; vietato il ricorso a colonne sonore extradiegetiche e ad apposite scenografie – ergo, il film dev’essere realizzato in ambienti reali con l’illuminazione disponibile nei medesimi. Senonché, passeranno circa tre anni prima della comparsa dei primi due film Dogma, entrambi inseriti in Concorso al Festival di Cannes 1998: il sopra menzionato Idioti e Festen, commedia nera scritta e diretta da Vinterberg vincitrice del Premio della Giuria.
In mezzo, la definitiva consacrazione di von Trier, un dramma sentimentale all’insegna di ciò che lo scrittore surrealista André Breton definì, nel seguito spirituale del romanzo autobiografico Nadja, Amour Fou. Un sentimento talmente potente da travalicare qualsiasi limite intellettuale o morale, sprigionando dappertutto un fuoco insopprimibile, in termini sia di creazione sia di liberazione. Nondimeno, un fuoco recentemente arrivato nelle nostre sale grazie anche alla riproposizione dell’ultimo film di Gilles Lellouche – impropriamente ribattezzato L’amore che non muore, ricordando l’esistenza di un film di Patrice Leconte dallo stesso titolo – L’amour ouf.
Nonostante gli occhi visibilmente pesti. Nonostante gli abiti squarciati dal coltello di uno dei due uomini violenti cui si è offerta, assecondando con estrema pervicacia il desiderio del marito, immobilizzato in ospedale, di godersi le gioie del sesso attraverso diversi amanti, chiedendole inoltre di renderlo partecipe raccontandogli grado a grado i dettagli di tali incontri. Nonostante il rigido puritanesimo di una chiesa in cui alle donne è severamente proibito prendere parola, quando Bess afferma “Non si può amare una legge. Amare un altro essere umano è la perfezione”, è quasi possibile individuare una nuova invenzione del regista, propenso a infrangere gli stessi editti emanati poco prima, disobbedendo all’ordine.
Poiché Le onde del destino, pur conservando le inquadrature sghembe di rito e la vitale aderenza all’autenticità dell’esperienza umana, è tutto fuorché un’opera Dogma. Infatti, Le onde del destino – Breaking the Waves, in originale; non è una coincidenza che il titolo contenga un verbo simile: “infrangere” – non è un esercizio di stile, bensì un intenso e indelebile viaggio, nel quale è il sentimento a prevalere su ogni genere di imperativo o schema, nel quale sono tempeste, vortici in ebollizione al centro d’ogni operazione narrativa.
Impreziosito da una trascinante colonna sonora – dai Deep Purple ai Procol Harum, da Leonard Cohen a David Bowie – e la superba fotografia di Robby Müller, il film è ricordato soprattutto per le straordinarie prove offerte dal cast. Riportando alla memoria l’imprevedibile tragicità di un altro capolavoro in cui amore e psiche si uniscono con esiti stupefacenti – ovvero, Una moglie di John Cassavetes (1974), interpretato da Gena Rowlands e Peter Falk –, si cita anzitutto Emily Watson, qui all’esordio assoluto e candidata all’Oscar per la sua Bess, la cui voce sottile, ma dirompente, il cui sguardo implorante e desideroso di sana compassione in un crudele microcosmo ultrareligioso sono impossibili da dimenticare.
Senza tralasciare il bravissimo Stellan Skarsgård (Jan) e la compianta Katrin Cartlidge (l’amorevole Dodo, cognata di Bess), scomparsa otto anni più tardi (2002) per complicazioni dovute a una rara forma di setticemia. Una presenza destinata a una luminosissima carriera, consigliandovi di riscoprirne il carisma donato al grande schermo in alcune delle migliori pellicole del cinema contemporaneo, quali Naked, Ragazze e Topsy-Turvy, diretti da Mike Leigh tra il 1993 e il 1999, Prima della pioggia del macedone Milcho Manchevski (Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia 1994) e No Man’s Land del bosniaco Danis Tanović (Oscar al Miglior Film Straniero 2002).