Attutite da una porta chiusa e dalle veneziane abbassate, due innamorati intuiscono soltanto le grida lontane di Buenos Aires – una città immensa, grigia e moderna, nonché fulcro di un Paese perennemente attraversato da complesse tensioni politiche ed economiche – e dei suoi milioni di abitanti. Sospesi in un turbinio di ricordi ed emozioni, i due innamorati, silenziosi e confusi, ordinano un caffè doppio al tavolo 10 di un locale le cui sembianze ricordano l’attuale Cafè El Coleccionista, al numero 4929 di Calle Rivadavia. Un tempo, si chiamava El Pelícano. Ancor prima, El Cóndor.

Tra i suoi illustri frequentatori si annoverano gli scrittori Conrado Nalé Roxlo, Roberto Arlt e Antonio Berni. Ma se all’autore di El grillo bastava premere un pulsante in ascensore per ritrovare la propria bussola, i due innamorati scuotono la testa con lo sguardo chino. Quasi si vergognassero, o volessero nascondere l’amore che li unisce, immerso fino alle orecchie in una realtà vacillante e nella fatica che la mente umana avverte nel comprendere l’irreversibilità di un evento imprevisto. Il dettaglio più doloroso è la muta eloquenza di quegli sguardi sfuggenti, dove talvolta si legge un rifiuto mascherato da compassione, talvolta un risentimento non dissimulato o un aperto atto d’accusa, ma raramente ciò che volevano dirsi davvero.

Con il cuore gonfio di sentimenti inespressi, i due innamorati hanno trascorso le ultime settimane a rincorrersi e separarsi. La loro prima volta è stata come una canzone interrotta alla prima strofa. I loro incontri non sono stati fin lì un miracolo da salutare con commozione, bensì brevi episodi nati fra le quattro mura di un salotto, fermatisi improvvisamente, come ubbidendo alla bacchetta di un direttore d’orchestra. Le loro parole, furtive e sommesse, sono state le dolorose ombre di labirintici vagabondaggi condotti lungo un paesaggio e una metropoli intimamente sfumati in una nebbia surreale, capace sia di invitare sia di escludere.

Ciononostante, al di là di un tumulto interiore indissolubilmente intrecciato a domande e derive, ecco riapparire il loro unico rifugio, la loro unica certezza. Quello stesso tavolo n. 10 e quello stesso cameriere che, ignaro di qualsiasi difficoltà sperimentata dai clienti, rivolgeva ogni giorno ai due innamorati il sorriso che si imprime sul volto di chi ride come d’etichetta. Sanno di essere entrambi profondamente diversi. Troppo invadenti le rispettive famiglie e amicizie per risultare davvero compatibili. Eppure, resistendo contro ogni pronostico, non possono fare a meno di chiedersi se riusciranno mai a preservare il loro amore, a coltivarlo apertamente.

Maria, studentessa di Architettura, e Josè, meccanico, sono i malinconici e intensi protagonisti di Los de la mesa 10, secondo lungometraggio dell’argentino Simón Feldman. Ispirata all’omonima pièce teatrale di Osvaldo Dragún, nel cui testo si riconoscevano già al suo debutto (1957, Teatro de la Sociedad Española de Córdoba) ulteriori punti di riferimento urbani – il monumento dedicato a Simón Bolivar, collocato all’interno del Parque Rivadavia, nel quartiere Caballito; Calle Corrientes, strada capace di diffondere la sua vibrante atmosfera ricolma di stimoli e rumori; Plaza de la República con le sue luci al neon –, Los de la mesa 10 è un’opera animata da un’indiscutibile dignità e una lucida compassione per i suoi personaggi.

Discostandosi dal tono satirico adottato nel precedente El negoción (1959), Feldman individuò nel materiale di partenza l’essenza del cine de la realidad che più l’avrebbe affascinato successivamente, come ribadito nel corso di un’intervista concessa all’Associazione Directores Argentinos Cinematográficos pochi anni prima della sua morte, avvenuta nel 2015. Non è affatto una coincidenza che Los de la mesa 10 segni l’emblematico avvio della cosiddetta Generación del 60, rappresentando sullo schermo le ansie e i desideri latenti di una gioventù pronta ad affrancarsi dal sistema alimentato dalle grandi case di produzione che, benché in declino, allora non lasciavano facilmente spazio al “futuro”.

Soprattutto, sotto la patina di film puramente sentimentale – nondimeno, osteggiato dalla famigerata Dirección de Inteligencia de la Policía de la Provincia de Buenos Aires, organo dell’Intelligence che ne compromise la distribuzione, indagando sia sul Cine Club Berisso che proiettò il film nel 1961 sia sullo stesso Dragún, ritenuto in diversi documenti declassificati un “estremista” –, Los de la mesa 10 seppe imporsi come una delle più evidenti manifestazioni di un cinema all’insegna della ribellione e dell’indipendenza creativa in un’epoca particolarmente isolazionista.

Fondamentale, in tal senso, la presenza del produttore Marcelo Simonetti, il quale sovrintese alla realizzazione di altri due pilastri della Generación del 60, ovvero Tres veces Ana (David José Kohon, 1961) e Los jóvenes viejos (Rodolfo Kuhn, 1962). In questa vicenda, costellata di corse sotto la pioggia e baci rubati, a Feldman basta un tocco leggero per mettere pienamente a fuoco un ostacolo virtualmente insormontabile, oppure un sogno comunicato sottovoce. A tal proposito, come non si può prescindere dal citare il volto spesso imbronciato di Josè all’udire una parola banale in apparenza, eppure pronunciata in un momento a suo dire inopportuno, così urge richiamare la dolcezza del ronzio all’orecchio destro di Maria – il suono in grado di ingenerarle l’idea di essere nei pensieri di qualcuno nel medesimo istante in cui detto brusio venga percepito.

Ebbene, rispetto alla critica sociale precedentemente proposta in El negoción – un’acuta denuncia nei confronti di autoritarismo e corruzione condotta attraverso gli stilemi dell’umorismo politico –, lo sguardo di Feldman qui si dimostra ancor più raffinato nell’insinuarsi, con la precisione dell’artigiano, tra le aspirazioni e le contraddizioni della sua società, indagata attraverso un metodo spiccatamente personale e quasi di carattere elusivo, talmente influenzato sia dagli anni dedicati all’insegnamento e alla pubblicazione di testi teorici sia dalla voglia di sperimentare che caratterizzava l’autore – regista, inoltre, di documentari e film d’animazione.

Presente all’interno della cornice di Venezia Classici, nel corso dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia, Los de la mesa 10 rivive grazie al restauro presentato da Lucía Ciruelos e Andres Levinson, gli operatori del Museo del Cine de Buenos Aires che ne hanno supervisionato la completa ricostruzione, recuperando i fotogrammi mancanti e colmando le lacune sonore con uno scanner costruito anch’esso artigianalmente, in assenza di ulteriori risorse stanziate dalle autorità statali.

Di Los de la mesa 10 erano sopravvissute soltanto tre copie in 35mm, due delle quali depositate dalla figlia del regista, Ana, presso l’archivio del Museo del Cine de Buenos Aires. Una di queste è una copia di seconda generazione ottenuta direttamente dal negativo originale. Tali copie sono state altresì integrate da un’altra in 16mm fornita dal critico e collezionista Fernando Martín Peña e da altri elementi in 35mm provenienti dalla Cinemateca Uruguaya.