Si espande ulteriormente il MCU (Music Cinematic Universe) aggregato di fiammanti biopic su idolatrati artisti e/o gruppi musicali. Quello che prima era soltanto un’intermittente produzione (La storia di Glenn Miller, Lisztomania, Great Balls of Fire!, Backbeat o Ray, per citarne soltanto una manciata) ora è divenuto un vero e proprio filone, quasi programmatico negli intenti narrativi. È la volta di Michael Jackson (1958-2009), iconica e indimenticabile Star musicale al pari dell’altrettanto venerato e unico Elvis Presley.
Michael di Antoine Fuqua, come i precedenti biopic, non è una biografia esaustiva, ma segue l’usuale schema di ascesa-caduta-rinascita dell’artista preso in esame. L’arco temporale trattato si svolge tra il 1966 (le rudimentali esibizioni de The Jacksons 5) e il 1988, ovvero la definitiva consacrazione mondiale di Wacko Jacko. Nel mezzo i conflittuali rapporti con il padre padrone Joseph Jackson e l’enorme sensibilità di Michael nei confronti dei bambini e/o animali.
La sceneggiatura di John Logan, avvezzo a tracciare ammalianti e condensate biografie cinematiche (RKO 281, L’ultimo samurai, The Aviator, Genius), si adagia al tipo di produzione di Graham King – con cui aveva in precedenza collaborato – artefice del maxi successo Bohemian Rhapsody (2018) di Bryan Singer, film spartiacque del genere. Michael ne segue l’impatto spettacolare ed emotivo, cercando di non scontentare lo zoccolo duro dei fan ma al contempo di fornire nozioni base o di colmatura conoscitiva ai novizi.
A ciò si aggiunge un’estensione biografica tendente all’agiografia, che evita qualsiasi controversia scandalistica sul Re del pop, e mancante di alcune situazioni artistiche e/o personaggi importanti: la sorella Janet, Paul McCartney, Eddie Van Halen o Brook Shields. Il ritratto che ne esce è quello di un Michael Jackson, prodigio sin da infante, fragile, rimasto sentimentalmente un bambino bisognoso di affetto e certezze. Come se fosse affetto dalla sindrome di Peter Pan, personaggio immaginario a cui tra l’altro è molto legato.
Pertanto vediamo il candido MJ che ha una stanza piena di balocchi (invitando i fratelli a giocare con lui a infantili trastulli ludici al posto del basket); il circondarsi di animali di ogni tipo e relazionarsi principalmente soltanto con i bambini, che va amorevolmente a trovare e rincuorare negli ospedali. Carenze affettive paterne che sono colmate dal comprensivo bodyguard Bill o dalle amorevoli serate con la madre guardando vecchi film.
Tutto splendente in questo resoconto, in cui l’unica asperità è l’orco Joseph Jackson che ha sempre visto Michael soltanto come una gallina dalle uova d’oro. Ma anche in questo caso la figura del tirannico padre, sebbene lo vediamo rifilare un paio di violente cinghiate al figlio oppure parlare in termini avidamente economici di Michael, è smussato rispetto alle brutalità perpetuate nella realtà.
Nel film è il medesimo Joe a ripetere più volte a MJ che deve farlo per la famiglia, che il suo successo è merito di lui e dei fratelli. E la fisionomia celebrativa di Michael è proprio dettata dalla famiglia, poiché tra i produttori esecutivi c’è il clan Jackson (tranne Janet) e John Branca, suo storico manager. Oltre a Jaafar Jackson, figlio di Jermaine.
In ogni film biografico uno degli aspetti più ostici è sempre stato quello di trovare un attore capace di far rivivere il personaggio trattato. Fisionomicamente, vocalmente e bravo nel ricreare le abilità mimiche. Se già ricreare Freddie Mercury fu un’ardua sfida funzionalmente risolta da Rami Malek, con MJ la situazione si complica. Il Re del Pop, sin dagli esordi, era un incredibile coreografo, capace di ideare balletti iconici: il robot, il Moonwalk, il Toe Stand oppure l’Anti-gravity Lean. Oltre ad avere un’inimitabile voce. Di questo “HIStory” cinematico è proprio e soltanto il nipote di MJ l’elemento di valore, poiché riesce a far rivivere nelle movenze – quotidiane e danzanti – l’inarrivabile zio.
Sostanzialmente Michael è un costoso Music Biopic di quasi 200 milioni di dollari, di cui si può apprezzare ben poco oltre la sopracitata performance di Jaafar. Una soundtrack con alcuni dei classici di Jackson ben riproposti a volumi alti e puliti, oppure alcune sequenze che ricreano meticolosamente le esibizioni di MJ o dei Jackson 5. Tanto più che un biopic (iper) celebrativo su Michael Jackson già esisteva: Moonwalker (1988) di Jerry Kramer e Colin Chilvers. A cui si aggiunge il terminale omaggio Michael Jackson’s This Is it (2009) di Kenny Ortega.
Di conseguenza Michael si potrebbe ipoteticamente considerare, poiché giunge al 1988, come un prequel (artefatto) di Moonwalker, glorificatorio Instant Movie, tra videoclip e favola moderna, atto a mostrare un artista dolce e coraggioso purtroppo impallinato dalla stampa che gli affibbia bizzarrie di ogni tipo. Però a pensarci bene Eddie Murphy, in Nudo e crudo (Eddie Murphy Raw, 1987) di Robert Townsend, lo sbeffeggiava per il suo fisico esile imitandone anche la vocetta. Giungendo a dire che il Moonwalk era una vera str…ta.