E se perdere la propria condizione di orfano fosse ancor più doloroso del vivere senza madre né padre? L’assenza di figure genitoriali è tendenzialmente colmata da fredde istituzioni sostitutive o risolta tramite l’adozione da parte di genitori “stranieri”, i quali si impongono come guida, e delineano una direzione da seguire. Ciononostante, anche l’assenza di tali figure prevede ugualmente il consolidarsi di un percorso, di comportamenti e regole, le quali sono spazzate via nel momento in cui una nuova forza ordinatrice subentra, sconvolgendo ciò che fino a quel momento era stato il mondo dell’orfano.
Il piccolo Andor Hirsch si ritrova a vivere entrambe le dinamiche, passando i primi anni della propria vita in orfanotrofio, venendo reclamato dalla madre in tenera età e crescendo poi idealizzando la figura del padre assente, tramite i racconti di chi lo conosceva. Il problema emerge però quando l’uomo effettivamente ritorna a casa, ma il ragazzo, ormai cresciuto, non lo riconosce come tale, rifiutando l’affetto e la guida di una persona che non rispecchia minimamente ciò che aveva immaginato.
László Nemes continua a raccontare storie segnate dalla perdita del legame familiare, laddove Saul perdeva un figlio (seppur non suo), Irisz cercava le radici della propria famiglia e Andor sogna il genitore che non ha mai avuto, elevando però la vicenda del singolo a rappresentazione di un preciso momento storico e di un determinato sentore collettivo. Orphan si ambienta infatti a Budapest nel 1957, poco dopo il fallimento di una insurrezione antisovietica che avrebbe dovuto sovvertire l’ordine imposto dalla dittatura.
Così non è stato e coloro che hanno perso sono costretti a fuggire o nascondersi, per evitare di essere trucidati. Anch’essi in fondo sono orfani della loro patria e proprio come il ragazzino, che tenta di ribellarsi alle regole di un padre che non riconosce, hanno provato a opporsi all’imposizione di un regime straniero. Per i ribelli l’essere orfani è una scelta, seppur comporti enormi sofferenze e la consapevolezza di vivere in costante stato di allerta, ed è la stessa scelta che dovrà compiere Andor, ancora troppo piccolo per realizzare la gravità della situazione in cui si trova.
Il regista si sofferma numerose volte sull’espressione arcigna del protagonista, che arrabbiato e inconsapevole vaga per la città senza una meta, come l’Edmund Koheler di Rossellini, abbandonati a loro stessi, dalla famiglia e dalle istituzioni. L’orfano si ritroverà poi a odiare persino sua madre, la quale sembra infelice di accogliere in casa l’orco eppure non si ribella, apparendo agli occhi del figlio come una complice del crimine di cui è vittima. L’unica via di fuga è dunque l’insurrezione, ma se tutti intorno a lui hanno fallito, come potrà un bambino farcela da solo? La storia personale di Andor e la Storia dell’Ungheria si sovrappongono, lasciando emergere un pessimismo disarmante, in un contesto in cui la rassegnazione e la sottomissione sono l’unica alternativa a una morte violenta e tutt’altro che eroica.
Se però a livello narrativo Nemes si concentra nuovamente sulla prospettiva del singolo individuo, la regia e la fotografia segnano uno stacco rispetto ai precedenti lavori, caratterizzati da un focus ossessivo sul volto dei protagonisti e lasciando fuori fuoco tutto il resto. Questa volta lo sguardo è invece dotato di vista periferica e ci è permesso di osservare ciò che si trova al margine del campo visivo, pur mantenendo l’attenzione sul ragazzo. Ciononostante la cosa non è necessariamente un bene, considerando che questa inedita presenza a schermo resta sempre sfuggente e meramente accennata.
La via di mezzo dunque non funziona e quanto più si vede, più si desidera sapere rimanendo infine delusi per la parzialità di uno sguardo, il quale si allarga quel tanto che serve per incuriosire, ma non abbastanza da permettere di provare reale interesse. Lo sfondo resta dunque tale, bidimensionale, non assumendo mai forma concreta e rimanendo pura esposizione. Tutto ciò che non riguarda direttamente il protagonista ha effettivamente maggiore rilevanza rispetto al passato, ma concentrandosi unicamente su di lui per la gran parte della durata, non vi è modo di empatizzare con le vicende degli altri personaggi, i quali diventano mero veicolo di informazione e messaggio.
Ecco allora che per tentare di stimolare l’interesse dello spettatore nei loro confronti, avvicinandosi al finale, si ricorre a un eccesso di drammaticità tale da non poter essere ignorato, nel tentativo di dare dignità a figure che altrimenti non avrebbero particolare rilevanza all’interno della narrazione. Il risultato è forzato e artificioso, respingente a tratti, ma non abbastanza dannoso da intaccare la forza di un finale magnifico.