Presentato circa un anno fa al Toronto International Film Festival, è uscito nelle sale italiane il nuovo film di Annemarie Jacir, Palestina 36. Il 36 dek titolo riguarda l’anno in cui è ambientata la storia, quello dell’inizio della Grande Rivolta Araba, che vide la popolazione palestinese sollevarsi contro il dominio britannico del Mandato.

Già nota per pellicole come Il sale di questo mare (2008), Quando ti ho visto (2012) e Wajib – Invito al matrimonio (2017), in Palestina 36 la regista ha voluto riproporre nel modo più autentico possibile non solo le ambientazioni a lei care, ma anche un momento cruciale della storia palestinese: una prima grande sollevazione che solitamente, nel racconto della storia palestinese, viene messa in secondo piano rispetto alla Nakba -indicata troppo spesso come “l’inizio di tutto”-, senza approfondire ciò che accadde negli anni precedenti. Dove tutto ebbe inizio.

Jacir sembra dirci che per comprendere il presente, bisogna partire dal passato. Dalle origini - sia nella loro accezione celebrativa ed intimista, origini, quindi, intese come nido d’amore, culla di affetti e significati, sia intese come agenti causali. Jacir - in un’epoca storica in cui i conflitti mondiali ci riportano in un’ottica di precarietà sociale e identitaria - si propone di narrare e di riappropriarsi attraverso i suoi film, della sua terra, dei ricordi, persone, luoghi un tempo abitati e di ciò che vi si produceva per vivere, quando non ci si sentiva stranieri nella propria terra -senza nessuna celebrazione alle fanatiche intransigenti politiche nazionaliste.

Già ne Il sale di questo mare anticipava il concetto di riappropriazione: riprendersi la propria terra e, quindi, la propria identità. Quella che ci appartiene. La protagonista, Soraya, donna palestinese nata e cresciuta negli Stati Uniti, arriva in Palestina portandosi dietro una memoria che non ha vissuto direttamente. Il viaggio diventa una sorta di tentativo di rendere reale una patria ereditata attraverso il racconto. Ma il racconto di chi?

In Wajib, il legame tra un padre e un figlio diviene protagonista di questa narrazione identitaria e politica. La celebrazione del matrimonio della figlia diventa un modo per raccontare la condizione storica e politica attraverso uno sguardo intimo, quello familiare. La storia entra nella famiglia, con le sue diversità, le sue contraddizioni e le sue distanze generazionali.

In Palestina 36 viene raccontato il progressivo irrigidirsi del controllo britannico e l’intrecciarsi delle tensioni politiche e sociali che attraversano la Palestina del Mandato. Con un cast composto in larga parte da attori palestinesi, non c’è un unico protagonista, il ricordo della storia è affidata ad una pluralità di personaggi, ciascuno portatore della propria vicenda.

Come Yusuf (Karim Daoud Anaya), giovane che si divide tra il suo villaggio rurale e il lavoro a Gerusalemme, e altri personaggi appartenenti a contesti sociali differenti ci mostrano scenari diversi, seppur collegati tra loro, tutti attraversati dalle tensioni della rivolta e dalle scelte individuali che essa impone. Nel cast figurano anche star internazionali, tra cui Liam Cunningham, nel ruolo di Charles Tegart, e Jeremy Irons, nei panni dell’Alto Commissario Arthur Wauchope, espressioni del potere britannico e della sua politica repressiva.

La messa in scena di Jacir è molto chiara: evita di insistere sui primi piani e tende invece a mostrare i protagonisti all’interno del loro contesto. La terra è sempre la vera protagonista. A rafforzare questo approccio contribuisce anche l’inserimento di materiali d’epoca, accostati ad alcune sequenze ricostruite, creando un continuo dialogo tra la dimensione storica e quella della finzione: sembra voler rafforzare, con questo intermezzo documentarista, il suo bisogno di testimoniare ciò che è realmente accaduto, una prova ulteriore e invalidabile di quanto successo.

La Palestina non è semplicemente lo sfondo sul quale si svolge uno dei conflitti più lunghi e complessi della contemporaneità. Nei suoi film la Palestina raccontata porta con sé anche relazioni, memoria, famiglia, corpo, movimenti e soprattutto Terra. Quella sottratta. Quella che non appartiene più, che ci viene portata via. Questo bisogno forse prevale su altri temi di carattere più intimista ed individuale, personale: la scelta corale e quasi panoramica di Jacir consente di comprendere meglio un processo storico, ma allo stesso tempo può indebolire il legame emotivo con i singoli personaggi.

Se nel film La voce di Hind Rajab (2025) - per citare forse uno delle opere ultime che avuto più clamore mediatico e una certa risonanza emotiva- la voce innocente di una bambina rappresenta un segnale dell’orrore creato dalla guerra, un corpo assente che diventa il centro emotivo del racconto, in Palestina 36, invece, lo sguardo si allarga continuamente dalla persona alla comunità e dalla comunità al processo storico.

Palestina 36 mette in mostra il passato, quando tutto ebbe inizio, un numero crescente di immigrati ebrei in fuga e la popolazione palestinese che si unisce in una grande e lunga rivolta. Tutte le parti precipitano verso un inevitabile scontro. Accomunate dal bisogno di esistere, finiscono per distruggersi: si può avere la colpa di voler esistere e di lottare per questo? Qual è il confine che legittima ciò?

Jacir, e forse noi guardando il suo film, ci interroghiamo su tutto questo: Palestina 36 ci riporta alle origini, ai perché, agli errori commessi, ricordandoci che il futuro non dev’essere per forza identico.