C’era già tutto in un singolo sguardo, e Colin non ha potuto fare altro che soccombere alla silenziosa forza magnetica di Ray. Lui, un ragazzino insicuro e impacciato, non si capacita delle attenzioni di quel motociclista che sembra un’apparizione divina fasciata in una stretta tuta di pelle.

Non sa chi è, né chi vuole essere. Ma per sua fortuna non è necessario che lo sappia: Ray lo sa per lui. Conosce i suoi desideri prima ancora che prendano forma, intuisce ciò che lo eccita prima di sfiorarlo, riconosce in lui “una propensione naturale alla devozione”, e sa che farebbe qualsiasi cosa per appagarlo. Precisamente per questo motivo, anche l’apparentemente inarrivabile Ray non può fare a meno di ricambiare il suo sentimento.

In Pillion, l’esordiente Harry Lighton rilegge gli stilemi della rom‑com attraverso una storia d’amore queer nel mondo BDSM, costruita attorno al trope “out of your league”: un personaggio timido e goffo (Harry Melling) si innamora, corrisposto, di qualcuno più affascinante e carismatico di lui (Alexander Skarsgård). Sulla base di questa struttura narrativa consolidata, Lighton adopera la queerness come prospettiva per indagare l’idea della coppia quale spazio di sicurezza ed equilibrio.

Il linguaggio del BDSM, con il suo sistema di regole e costrizioni, si trasforma così in una grammatica emotiva alternativa che traduce i bisogni dei protagonisti, trasformando la dominazione in uno strumento di intimità, e permettendo anche allo spettatore di accedere alla logica profonda della loro reciproca passione. Ma quando questo lessico privato si confronta con l’idea sociale di una relazione sentimentale, anche i due sono costretti a mettersi in discussione.

Colin ha sempre amato Ray, anche quando faceva male, proprio perché faceva male, perché il suo dolore lo rendeva sempre più vicino all’uomo a cui aveva giurato una venerazione incondizionata, e che a sua volta lo amava a suo modo. Il loro rapporto si incrina non per l’asimmetrica dinamica di potere alle sue fondamenta, e nemmeno per una violazione dei limiti personali. Al contrario, l’amore di Colin si fa così forte dall’avere bisogno di sconfinare nell’anormalità.

Nel prendersi per mano per strada, cantare insieme, baciarsi. Nella normalità degli altri. Peccato che non sia la loro. Ma in fondo, cosa può venire definito normale, naturale, se non ciò che ci mette a nostro agio e ci appaga? E cos’è, dunque, il suo opposto? Comprenderlo richiede un importante sforzo di empatia, un ricalcolo completo della nostra sensibilità, e prendere atto che la propria visione del mondo è quanto di più personale possa esserci.

“Se qualcosa non ti piace, non vuol dire sia sbagliato”, dice Ray alla madre di Colin, preoccupata per il figlio, ma in realtà più ancora per se stessa, per il fatto di non riuscire a capire. Eppure, rendersi conto di non essere costantemente chiamati in causa, di non dovere giudicare le scelte altrui per giustificare le proprie, è quanto di più liberatorio possa esserci; lo è per Colin, per Ray, e per noi che abbiamo il privilegio di guardarli amarsi secondo i loro codici.