Esplorazione camp dell’immaginario omoerotico, eccentrica visualizzazione di fantasie masturbatorie oppure ode all’accettazione del proprio desiderio fuori dagli schemi? Pink Narcissus, unica opera cinematografica di James Bidgood, è in realtà tutto questo: un viaggio onirico e caleidoscopico tra topoi erotici in termini di luoghi (saune, bar gay), costumi (toreri, biker) e situazioni (BDSM, prostituzione).

Il protagonista del film è un giovane e bellissimo ragazzo che fantastica di trovarsi dapprima in un bagno pubblico, poi in un consesso di antichi romani e infine in un harem, dando sfogo a varie pratiche erotiche che Bidgood riveste di fantasmagoria visiva, pur senza lasciare molto all’immaginazione dello spettatore.

Estremamente erotico e sensuale, Pink Narcissus pare sconfinare in qualche sequenza nella pornografia (la scena del climax sessuale, ripresa chissà quanto consapevolmente da Gaspar Noè in Love) ma mantiene sempre saldo il legame tra corpo e mente, tra  solleticazione fisica e desiderio mentale: il trasporto immaginifico con cui vive le proprie fantasie il Narciso interpretato da Bobby Kendall (uno pseudonimo dato al protagonista da Bidgood stesso in omaggio alla sua attrice preferita, Kay Kendall) è reso perfettamente da quel particolare mélange tra scenografie e palette coloristica che immerge lo spettatore in un iperrealismo assai suggestivo.

Se l’ispirazione per il personalissimo stile di Bidgood si deve alle illustrazioni di Maxfield Parrish, ai lavori di Erté e alle scenografie di Tony Duquette, è innegabile oggi la presenza di un’eredità artistica che autori come David La Chapelle o Pierre et Gilles hanno espresso, pur rielaborandola, nelle loro opere.

Pink Narcissus è la perfetta espressione di una cultura visiva che scalpitava per uscire dall’underground in cui le leggi della censura e la pubblica morale tentavano di rinchiuderla: poiché la produzione del film fu assai lunga e laboriosa (durò 7 anni), essa potè adattarsi alle smagliature di queste restrizioni, permettendo al suo autore di osare sempre di più a mano a mano che le maglie della censura si allentavano.

Bidgood intendeva infatti realizzare un lungometraggio che si distaccasse dai filmati precursori del porno che circolavano per posta, un’opera che potesse essere vista pubblicamente al cinema, seppure comprensibilmente in un circuito ridotto e adatto all’estetica e soprattutto ai contenuti. Purtroppo, i dissidi con i finanziatori e con la casa di produzione e distribuzione che lo stava aiutando in quest’impresa (Sherpix Inc.) spinsero Bidgood a disconoscere l’esito, in particolare per il montaggio e il lavoro sul sonoro: si narra che a un certo punto il regista entrò nella sede della Sherpix con un’ascia minacciando di fare ai produttori ciò che essi stavano facendo al suo lavoro.

Così Pink Narcissus uscì nel 1971 attribuito ad “Anonymous”, il che indubbiamente contribuì ad alimentare lo status di culto di questo film praticamente introvabile. Soltanto vent’anni dopo il regista si riappropriò della paternità dell’opera nel dibattito pubblico, ribadendo che se ne era allontanato unicamente per motivi estetici e non perché (come invece affermavano alcune voci) avesse paura che l’associazione del suo nome ad un film esplicitamente gay gli nuocesse.

Del resto, Bidgood era dichiaratamente omosessuale e assiduo frequentatore di club e locali LGBT (in particolare il Club 82, per i cui spettacoli aveva disegnato vari costumi e dove si era esibito anche nei panni della drag queen Terry Howe). Certo, le accuse di oscenità che il film ricevette a più riprese non dovevano giovare a chi stava tentando di affermarsi professionalmente nel mondo dell’arte visiva, principalmente come fotografo e poi auspicabilmente come cineasta.

Fatto sta che per realizzare questa “tappa fondamentale della rappresentazione del desiderio queer” (Todd Wiener) Bidgood impiegò sette anni e quasi tutte le sue sostanze: girò in 8 mm e 16 mm, praticamente tutto nel suo appartamento di Manhattan che condivideva con otto gatti. Sfortunatamente il responso non unanimemente elogiativo della critica e lo stress della produzione spinsero Bidgood a non perfezionare altri suoi progetti cinematografici, che pure aveva nel cassetto. Solo all’alba del nuovo secolo egli rimise mano ad un’idea che si sarebbe dovuta concretizzare in un film intitolato Fag ma che purtroppo non ha mai visto la luce.

Anche per questo risulta assai importante il lavoro di restauro di Pink Narcissus effettuato dall’UCLA Film and Television Archive all’interno dell’Outfest UCLA Legacy Project for LGBTQ Moving Image Preservation (il più grande archivio pubblico di film a tematica LGBTQI al mondo): la scansione in 4K e la pulizia digitale delle copie in 35mm sopravvissute tra USA e Australia (il girato in 8mm e 16mm era stato gonfiato per la distribuzione) permette oggi di godere nuovamente di un’opera fondamentale nella storia del cinema queer.