In una terra distante migliaia di chilometri, collocata in un futuro selvaggio e crudele non ugualmente lontano, gli esseri umani hanno finalmente raggiunto l’immortalità. Affinché rimanessero stabili, come tante candele incapaci di consumarsi e di abbandonare in tal senso i legami stabiliti con le forme puramente visibili, gli esseri umani sono sopravvissuti trasformandosi in creature incapaci di sognare. Tuttavia, parafrasando un motto appartenuto alla Secessione Viennese guidata alla fine dell’Ottocento dal pittore Gustav Klimt, a ogni epoca la sua Resistenza.

Dunque, attraverso piccoli accorgimenti all’apparenza invisibili, riscuotendosi tra le ceneri della Storia come l’Araba Fenice, si nasconde tra l’illusione ottica e l’occhio illuso un’altra vita, della quale non un’anima saprebbe definire le caratteristiche. Essa rifiuta il vuoto definitivo, appesantendo ancora e ancora la leggerezza con la quale vengono condotte le opere di repressione. Essa è un sogno la cui interpretazione alimenta invano la speranza di cogliere quello che continuerà a sfuggirci. Essa è un delirio che può assumere un significato spirituale in rapporto alla sensibilità di chi l’osservi. Essa è un’arte tragica, in cui il sentimento romantico e l’afflato religioso sembrano stranamente convergere, dilatandosene la superficie, che spinge verso l’esterno in ogni direzione, oppure, contraendosi e precipitando all’interno della sua stessa trama in ogni direzione.

Questa rivoluzione si chiama Cinema. Un prodotto dello spirito coltivato da pochi reietti della società, denominati Deliranti. Prima di essere scoperti, questi nostri fantasmi sognano in segreto. Ma, seppur destinati a perdere infine la propria pelle e consistenza materica, il risultato della loro attività sovversiva è straordinario. Non si fanno notare, finché non costringono gli indifferenti rimasti a indossare ognuno la sua maschera ad assistere alla graduale e luminosa morte di una candela, prima di essere a loro volta sparpagliati dalla polizia, come se fossero un qualsiasi branco di curiosi, partecipando per un istante al destino dei fuorilegge.

Il trentaseienne Bi Gan, autore ritornato sulla Croisette a sette anni di distanza da Un lungo viaggio nella notte (allora, incluso nella sezione Un Certain Regard e divenuto poco più tardi un oggetto di culto tra gli appassionati grazie anche alla presenza di un piano sequenza di cinquanta minuti) ha iniziato a sviluppare l’idea in tempo di pandemia. Consapevole di un contesto in cui il cinema quale luogo collettivo rischiava di scomparire. Ebbene, articolandosi lungo un labirinto di traiettorie, parabole e ingegnose varianti dotate di una magnifica logica, Resurrection (Premio Speciale della Giuria allo scorso Festival di Cannes) è la dimostrazione di come sia impossibile porre dei limiti al cinema.

È un’esperienza unica e monumentale, che si consiglia di assaporare soltanto in sala e per tutti i suoi 159 minuti – vivi, pulsanti e al tempo stesso inafferrabili. Diviso in sei audaci episodi, ciascuno dedicato alle basi sensoriali (la vista, l’udito, il gusto, l’olfatto, il tatto e la mente) descritte nel Maha Satipatthana Sutta, testo fondante della filosofia buddista, e ciascuno costruito intorno a una precisa grammatica cinematografica, l’odissea narrata in Resurrection prende avvio con uno splendido prologo nel solco del Muto. Rispettivamente interpretati da Shu Qi (non solo protagonista di due pellicole del maestro Hou Hsiao-hsien quali Millenium Mambo e The Assassin, ma anche esordiente alla regia con Girl, passato in Concorso lo scorso anno a Venezia) e Jackson Yee (giovane cantante e ballerino già celebre in Cina), gli unici personaggi in grado di reinventarsi e resuscitare insieme al cinema stesso sono due.

La prima è l’unica donna in grado di risalire all’identità dell’ultimo Delirante superstite. Lei stessa inizierà a prendersene cura e a seguirlo lungo le sue peregrinazioni oniriche al fine di comprendere in definitiva le ragioni dietro le scelte “irrazionali” dell’altro. Il secondo è una Creatura indifesa che ritroveremo intenta a masticare papaveri da oppio in fondo a un pozzo, conservando sia le macabre sembianze di un mostro simile ora al vampiro Nosferatu di F. W. Murnau, ora al Morlock immaginato da H. G. Wells nel romanzo La macchina del tempo (1895), sia la tenera ingenuità del giardiniere di L’innaffiatore innaffiato dei fratelli Lumière. E rispetto all’ebbrezza offerta dall’oppio, strane, pericolose e più libere saranno, secondo la donna, le vibrazioni offerte dalla nuova invenzione che chiamano Cinema. Da qui in avanti, si sprigionerà attraverso una pletora di ruscelletti (che si riuniranno per dar vita a un finale tutt’altro che enigmatico) una stratificata riflessione sulla nostra contemporaneità che non potrà essere totalmente decodificata dopo una sola visione.

Resurrection rappresenta senz’altro un’incursione nella storia del cinema. Difatti, si riconosce l’Espressionismo tedesco (Il Gabinetto del Dottor Caligari, 1920). Si riconosce altresì il Noir degli anni Quaranta, individuando nel secondo capitolo un dedalo di specchi deformanti che richiama esplicitamente La Signora di Shanghai (1947). Fino a ritrovarvi le influenze dei melò di Wong Kar-wai (vedasi, la storia d’amore situata agli sgoccioli del 1999 narrata tramite un rosso e sontuoso piano sequenza), dei silenzi radicali ravvisabili nelle opere di Tsai Ming-liang e del tempo scolpito à la Andrej Tarkovskij.

Resurrection rappresenta inoltre un’indagine affatto scontata sul ruolo ricoperto dagli spettatori in una sala dei giorni nostri, la cui esperienza visiva era già stata messa in discussione in questo secolo da autori quali Leos Carax (Holy Motors, 2012) e il già menzionato Tsai Ming-liang (Goodbye, Dragon Inn, 2003). Naturalmente, si parla di spettatori oggi bombardati da una moltitudine di stimoli esterni. E se in Holy Motors Carax copriva letteralmente gli occhi a un pubblico addormentato, qui lo spettatore verrà continuamente sbalzato dalla finzione diegetica, irrimediabilmente costretto ad accantonare qualunque pretesa di linearità per tenere il passo di una frammentarietà fortemente contemporanea.

Ma Resurrection costituisce inoltre, senza che la sua struttura compositiva ne risulti inficiata, un’immersione nei colori (che si espandono, fluttuano, palpitano e respirano) di cui è permeata la storia della medesima Cina, in un fervido dialogo tra le possibilità proposte da modernità e tradizione capace di rammentare l’operazione escogitata dal recente Generazione romantica del connazionale Jia Zhang-ke. A scanso di equivoci, la padronanza registica e l’assenza di timori reverenziali sono connotati talmente innegabili, oltre che ammirevoli, da mettere al riparo l’intreccio ordito dalla sceneggiatura di Bi Gan e Zhai Xiaohui da qualsiasi eventuale accusa di manierismo.

Resurrection è un fiume che scorre impetuoso come i versi di una poesia indimenticabile. E se è vero che ogni evento, o incontro lascia alla fine sempre qualcosa che modifica il filtro con cui si guardano il mondo e le vite degli altri, certo è anche che non serva capire l’intero immaginifico viaggio compiuto insieme alle immagini subito. A volte, basta raccogliere, custodire, e permettere che il senso di tutto arrivi dopo. Questo è uno di quei casi. Fatevi un favore, permettetevi di abbandonarvici. Sarà gratificante.