All you've ever wanted was
Someone to truly look up to you
Linkin Park, The Little Things Give You Away
Nulla è più bello delle ombre. Nella Oslo di vent’anni fa, Erik (Espen Klouman Høiner), gli occhi socchiusi e appoggiato con la testa al muro di un edificio scelto come punto di sosta, medita in silenzio. Valutando insieme all’amico d’infanzia Phillip – con il quale (nel prologo di Reprise, 2006, esordio di Joachim Trier, sin dal primo momento accompagnato alla sceneggiatura da Eskil Vogt) condivide il sogno di diventare uno scrittore famoso al pari dell’idolo Sten Egil Dahl –, se inviare o meno il suo romanzo d’esordio. A pochi passi dai due, come un viso impegnato a sbirciare dalla sua finestra inaccessibile i passanti senza meta, si scorge fugacemente la presenza di una crepa che con una pazienza senza tempo percorre, gravida e famelica di eventi, la struttura del medesimo edificio, corrodendo e sconvolgendo il paesaggio.
Più avanti, nell’odierna Oslo, i due amici si sono ormai separati. E mentre il mito si rifiuta di scomparire – a Sten Egil Dahl, infatti, è intitolato il tavolo n. 15 di un rinomato cafè nel quale si ritroveranno Gustav Borg e la figlia Nora –, un altro Erik (Øyvind Hesjedal Loven), circondato dall’affetto dei suoi cari, festeggia il compleanno. Il nonno, il regista cinematografico Gustav Borg (Stellan Skarsgard), gli presenta il suo regalo. Senonché, strappatane la confezione, Erik, che ha giusto nove anni, non ha mai sentito nominare prima i due titoli in dono, a differenza degli adulti – La pianista di Michael Haneke (2001) e Irréversible di Gaspar Noé (2002). Il solito pensiero più apprezzato dall’invitato che dal festeggiato.
Eppure, un pensiero in grado di suscitare le risate della madre del bambino, Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas), e della zia, Nora (Renate Reinsve), attrice di teatro. Troppo piccolo per comprenderne il profondo valore, il più giovane dei Borg non conosce un ulteriore dettaglio. Ebbene, le ombre dei suoi avi dimenticati sono cresciute, spezzandosi nel corso del tempo, all’interno della grande casa di famiglia a lui nota. Ma lungo la cui colonna vertebrale cammina, riapparendo così nell’ultimo film di Joachim Trier come per uno scherzo crudele, una crepa emersa durante la sua stessa costruzione, inaugurata secoli addietro. Trisavoli, animali e rumori si sono avvicendati lasciando spazio, infine, al fitto strato di nuvole utile a nascondere le cicatrici mai rimarginate nelle anime di Nora e Agnes.
Quand’erano piccole, come chiarisce una voce narrante fuori campo in cui risalta una vena letteraria, le due sorelle hanno sofferto il divorzio dei genitori, divertendosi, nei rari istanti di requie, a immaginare che le pareti della grande casa gorgogliante soffrano il solletico e il calpestio dei suoi abitanti nervosi. Più avanti, quindi, come per uno scherzo crudele – si potrebbe chiamarlo un funny game –, saranno due pellicole vietatissime ai minori a generare, dopo così tanti anni, un momento di genuina tenerezza condivisa, seppur agevolato da una calcolata dose di comicità (in)volontaria.
Da una parte, Gustav, tornato a visitare le figlie in occasione del funerale dell’ex moglie Sissel. Dall’altra, Nora, la primogenita imparentata spiritualmente a un’attrice di teatro d’altri tempi – Elisabet Vogler, interpretata da Liv Ullmann, norvegese come Reinsve e altrettanto in balia di un attacco di panico prima d’entrare in scena nell’incipit di Persona di Ingmar Bergman (1966). Merito di una delle sceneggiature più stratificate del cinema recente, la festa di compleanno terminerà concentrandosi (lo sguardo di Trier) sul padre e la figlia, sorpresi di sorridersi a vicenda nell’atto di fumare in compagnia. Benché la bellezza delle ombre della sera estiva abbia già fatto breccia nel cuore della città ora immobile, resisterà un calore capace di placare il freddo di un annoso conflitto generazionale. Riavvicinando gradualmente i due poli irrisolti attorno a cui si innescano le vicende raccontate in questo film.
Gran Premio Speciale della Giuria allo scorso Festival di Cannes e candidato a nove Premi Oscar, Sentimental Value è una sofisticata, commovente parabola sul significato del perdono e sul potere dell’arte quale strumento di salvezza in assenza di una comunicazione realmente trasparente, che conferma non solo il talento – già affermatosi definitivamente grazie al precedente La persona peggiore del mondo (2021) –, ma anche la sapienza autoriale di Joachim Trier, dal collega Paul Thomas Anderson definito “il regista più sensibile che oggi abbiamo”.
Confrontandosi con temi in precedenza affrontati nel meno apprezzato Segreti di famiglia (2015), quali la distanza e la riconciliazione, Trier attinge senza dubbio alla giocosità mostrata in La persona peggiore del mondo nel delineare le lievi sfumature e le improvvide esternazioni che complicano ogni relazione sentita, rivelandosi inoltre abile ad allargare la sua indagine introspettiva coinvolgendo anche i fantasmi della casa di famiglia. Si proverà compassione nei riguardi di un vaso di un rosso scintillante di cui si sarebbe più che volentieri appropriato l’Ozu di Tarda primavera.
Faremo la conoscenza di figure quali Karin, membro della Resistenza e madre di Gustav, e Sissel, psicologa e prima moglie di Gustav, il cui respiro e le cui parole non volano al vento, impregnando al contrario l’imperturbabilità di una sedia, una biblioteca o una collezione di dischi d’epoca, orfani in attesa di essere rispolverati. Non ironicamente, la casa si rivela, a ben riflettere, l’unico personaggio che abbia mancato la sua prima candidatura all’Oscar, a differenza di quanto accaduto nel caso di Reinsve, Skarsgard, Ibsdotter Lilleaas ed Elle Fanning, che spicca nel breve, ma decisivo ruolo di Rachel Kemp, giovanissima attrice giunta da Hollywood.
In tal senso, straordinaria è soprattutto la scrittura di Vogt e Trier, i quali, apparecchiata la scacchiera, muovono ogni pedina lungo le fasi di una saga famigliare alle quali si affiancheranno diverse digressioni, particolari eppure abbastanza pertinenti da conferire ulteriore ricchezza e colore all’impianto narrativo, anziché deteriorarlo. Per esempio, il film interpretato da un’Agnes ancora bambina, riproiettato nell’arco di una retrospettiva dedicata all’opera di Gustav Borg all’interno del Deauville American Film Festival – episodio che permetterà a Borg e Rachel Kemp di incontrarsi, lasciandosi (al termine di una scena di sublime inventiva) sulla spiaggia francese con la promessa di lavorare presto insieme. Oppure, le ricerche condotte da Nora, artista scissa tra la vocazione e la necessità di recuperare l’equilibrio senza che ciò significhi rifugiarsi nelle pieghe di un copione al fine di eludere le proprie emozioni.
Le ricerche proseguite da Agnes, figura accademica le cui lacrime s’imprimeranno sopra vari documenti d’archivio relativi alle torture subite da Karin e altri compagni durante la Seconda Guerra Mondiale – segno che non sempre è possibile leggere la realtà con il dovuto rigore. Oppure, il tentativo di Gustav Borg di resistere all’ingerenza di Netflix, determinato a girare il suo “testamento” avvalendosi del contributo dei suoi storici collaboratori, primo tra tutti il direttore della fotografia Peter. Oppure, le riflessioni di Rachel Kemp su un personaggio propostole dallo stesso Borg, autore di un copione sia in grado di alimentarne la curiosità sia di disorientarla, costringendola a risolvere un enigma la cui soluzione non spetterà a lei.
Non solo. Ciò che rende davvero memorabile Sentimental Value, seppure il materiale sembri potenzialmente trito, è il meccanismo attraverso cui ogni volto si sovrapporrà, ora risolvendosi nell’altro ora mescolandosi confusamente, amplificando il dramma e le possibilità di una regia imprevedibile, nonostante i chiari modelli di riferimento – si cita una sequenza dolente (l’elegante colonna sonora è opera della pianista Hania Rani), ma visivamente squisita (fotografia di Kasper Tuxen).
Senza rivelarne il finale, sfaccettato come la vita, Sentimental Value è un mosaico umano in cui l’amore è possibile sia vederlo sia viverlo, non solo ricordarlo. Affinché ciò si realizzi in un’epoca dolorosa quale la nostra, sono di vitale importanza perdonare e perdonarsi, gesti e atteggiamenti che non richiedono necessariamente un iter lineare. Indimenticabile, in tal senso, il duetto finale tra le sorelle, splendidamente incarnate da Reinsve e Ibsdotter Lilleaas. Torniamo così alla sensibilità di Joachim Trier, che ci inviterà con quieta forza ad avvicinarsi a chi o quanto a noi di più caro spogliandoci di corazze e difese.
Come Julie (ruolo per il quale Reinsve fu premiata a Cannes) non abbandonerà Aksel (uno strepitoso e sottovalutato Anders Danielsen Lie), confortandolo durante i suoi ultimi giorni di vita in La persona peggiore del mondo, così Agnes ricorderà a Nora di esserci sempre stata nei momenti di difficoltà. Servono le carezze per salvarci, invogliandoci a dire in qualsiasi occasione, prima che sia troppo tardi, una frase semplice come “Jeg elsker deg”. Tradotto, “Ti voglio bene” o “Ti amo”.