Ad Agnes è successa una cosa brutta, di cui tende a non parlare. Non la sa quasi nessuno – giusto qualche sconosciuto e la sua migliore amica Lydie –, come spesso accade con le cose brutte: ci pensi di frequente, ma non ne parli quasi mai. Le volte in cui Agnes (Eva Victor) affronta l’argomento, poi, ci gira sempre un po’ intorno, non usa termini precisi. Forse perché, come dice lei stessa, capisce la gravità di ciò che le è successo soprattutto dalle reazioni degli altri.

Per questo, definire nero su bianco ciò che è successo ad Agnes sembra indelicato, brutale, un atto contrario all’espresso desiderio di una persona reale. Tuttavia, nominare la violenza è necessario per parlare di Sorry, Baby; non perché sia il tema del film, ma perché è il peso che grava sul cuore della sua protagonista, ed è un tassello importante per capirla.

Cinque anni prima il relatore di Agnes, il professor Decker (Louis Cancelmi), l’ha invitata a casa propria per parlare della sua tesi e l’ha aggredita sessualmente. Poi, nelle ventiquattro ore immediatamente successive, si è dimesso dall’incarico, sparendo per sempre senza subire alcuna conseguenza.

Il comportamento di Decker non ha senso nella testa di Agnes: lei era la sua studentessa preferita, la più brillante della classe – ‘straordinaria’, la definiva lo stesso professore. Ma come si può non odiare la persona che ci ha inflitto una tale violenza? Cosa resta di quei complimenti in un contesto, quello accademico, in cui la propria identità intellettuale si costruisce anche attraverso la validazione di figure autorevoli? Victor gestisce con notevole sensibilità questo turbinio di contraddizioni, raccontando una violazione che non è solo fisica, ma che va a colpire le fondamenta stesse dell’identità della protagonista.

Così, mentre le vite degli altri sono andate avanti, quella di Agnes è rimasta bloccata al periodo in cui è successa la “cosa”. La ragazza vive ancora nella casa che condivideva con Lydie (Noemi Ackie) e insegna nell’università del suo dottorato, in cui ricopre la posizione che una volta era di Decker, di cui ha ereditato l’ufficio. Lydie, nel frattempo, si è trasferita a più di trecento chilometri di distanza, si è sposata ed è incinta. Torna a trovare l’amica quando può, preoccupata di saperla sola: “Dev’essere difficile stare qui”, le dice; “È difficile stare in qualunque posto”, risponde Agnes.

La sensazione di distacco dal resto del mondo, di una parabola di vita in qualche modo arrestata da un dolore di proporzioni smisurate, è emotiva prima ancora che materiale: Agnes assiste da fuori allo scorrere dell’esistenza propria e altrui, come attraverso un vetro. L'esordio alla regia di Eva Victor, che firma anche la sceneggiatura, sottolinea e rispetta questo senso di scollamento, posizionando spesso la macchina da presa appena fuori dallo spazio abitato dalla sua protagonista.

A volte la osserviamo attraverso la finestra, altre poco fuori dalla soglia della porta; il contrasto con i primi piani successivi impedisce a questa scelta di assumere contorni voyeuristici, lasciando l’impressione di essere amiche intime di Agnes, ma di non sapere bene come raggiungerla attraverso il vetro per confortarla.

Ed è il conforto il vero tema di Sorry, Baby. Non solo quello che Agnes riceve dal suo rapporto con Lydie, raccontato con realismo ed estrema tenerezza, ma anche quello offerto da estranei nei momenti più inaspettati: la relazione fisica con il suo vicino di casa (Lucas Hedges), il panino offerto da un venditore (John Carroll Lynch) durante un attacco di panico, la gatta randagia trovata per strada e subito adottata.

Victor racconta insomma non la violenza in sé, bensì il quieto disorientamento e lo straniamento che la seguono, anche a distanza di anni. E lo fa riconoscendo le conseguenze comiche di questo squilibrio, dando vita a un personaggio per cui tutto è sottosopra ormai da anni e che trova nell’ironia il distacco necessario a sopravvivere ogni giorno.

Prima ancora di uno studio del personaggio, però, Sorry, Baby è soprattutto una promessa a chi guarda che non si è mai soli. E che iniziare a guarire è possibile, grazie alla cura e al conforto degli altri.