Il cursore sullo schermo si ferma. Poi riparte. Il monitor del computer di Raúl – protagonista dell’opera 25 di Pedro Almodóvar – e lo schermo cinematografico sul quale vediamo proiettata la storia che lui ha scritto (o sta scrivendo?) coincidono. Arte e vita si fondono. Amarga Navidad, il film che Raúl spera lo aiuti a superare il blocco dello sceneggiatore, si dispiega davanti ai nostri occhi, in un metacinematografico gioco di scatole cinesi che alterna le vicende di Raúl a quelle di Elsa, regista in crisi a un anno dalla morte della madre.
Dal momento in cui appare lapalissiana la doppia natura della donna quale alter-ego di Raúl e, al secondo grado, di Almodóvar stesso, appare al contempo anche coerente questo Amarga Navidad con il percorso intrapreso negli ultimi anni dall’autore di Julieta e La stanza accanto: diventa manifesta la riflessione del regista spagnolo sull’atto creativo e la sua volontà di continuare da un lato a mettersi a nudo davanti allo spettatore, dall’altro a ragionare – attraverso le potenzialità del filmico e del profilmico – sul potere catartico dell’arte e in particolare del cinema.
Amarga Navidad non può e non vuole essere un film almodovariano secondo l’accezione classica del termine; questo “Natale amaro” s’inserisce invece alla perfezione nell’ultima fase della produzione del regista: intimismo, analisi dei rapporti femminili, dualismo vita/morte, autobiografia travestita da film sono punti cardine di un’opera che richiama grandi autori quali Fellini e Truffaut ma resta profondamente appartenente al suo creatore. Come per Elsa, così per Raúl, l’ideazione e la scrittura funzionano da strumenti psicoterapeutici di elaborazione del “lutto” creativo; come per Elsa, come per Raúl, così per Pedro, il confine tra arte e vita sfuma, si incrina.
Almodóvar traduce in immagini (alcune meravigliose, come i paesaggi di Lanzarote dominati dalle sabbie vulcaniche e dalle particolarissime cavità dei vigneti) certe ossessioni e pratiche che gli appartengono, come a voler fare una seduta di psicoterapia di gruppo con i suoi spettatori. Il regista prosegue l’atto di svestizione pubblica già reso esplicito in Dolor y Gloria mettendo sotto accusa il proprio stesso processo creativo: ancor più che nelle opere precedenti, la creatività è qui vista e rappresentata come forza che vampirizza la vita.
Quella che romanticamente si definisce “ispirazione” viene relativizzata nel momento in cui le persone della vita “reale” di Elsa e di Raúl si ribellano al loro destino di essere personaggi della sceneggiatura di qualcun altro. Che diritto si ha di costruire caratteri o inventare eventi liberamente ispirandosi alle vite degli altri? Non che il tema sia di per sé nuovo: altri film hanno per protagonisti registi o scrittori che prendono come riferimento amici e parenti per ideare le proprie storie (e quasi sempre questo crea loro dei problemi). Poco importa se essi non saranno riconoscibili all’interno delle storie inventate: la questione è morale, come in tutta l’opera di Almodóvar.
Il fatto di problematizzare una questione non significa naturalmente né risolverla né trovare una risposta alle domande che implicitamente o esplicitamente essa (ci) pone, ma Amarga Navidad – che pure non si può definire un autoritratto ma rientra nell’ambito dell’autofiction – resta comunque un gesto dalla valenza artistica e autoriale importante, come la spiazzante, bellissima sequenza finale, in cui il dialogo tra Raúl e la sua assistente Mónica sfonda la parete divisoria tra fiction e realtà, lasciandoci stupefatti di fronte a un radicale cambiamento di passo e di prospettive: quando tutto sembra finito, la vita è ancora lì. E irrompe nel flusso creativo dell’arte.