Non solo Elena di Troia e la sorella gemella Clitennestra non possono essere nere (nonostante l’imponente presenza scenica e la bellezza perturbante della bifronte Lupita Nyong’o), ma l’armatura del potere, indossata dal colosso senza volto – l’Agamennone di Benny Safdey – non sarebbe credibile e l’attore transgender Elliot Page pare non abbia il physique du rôle per interpretare Achille (ma in realtà è Sinone, il più coraggioso degli Achei).
Tra gli attacchi alla cultura woke da parte di un conservatorismo frustrato e le pedanterie di storici e filologi che si allarmano ad ogni anacronismo, il rischio è di affogare nel mare di sterili polemiche, invece di lasciarsi andare ai flutti dello spettacolo epico intessuto da Christopher Nolan.
Con ogni suo nuovo film, caratterizzato da scelte registiche e tecniche che fanno di Nolan, insieme a James Cameron, uno dei più grandi sperimentatori e difensori dell’esperienza cinematografica in sala, il regista britannico risveglia le tre teste del cerbero cinefilo: da un lato chi lo incorona a nuovo Stanley Kubrick, dall’altro chi lo liquida come regista di blockbuster e, nel mezzo, per fortuna, chi ancora parla di cinema senza rivangare stantie gerarchie estetiche.
In barba ai puristi, conservatori e reazionari, vittime della calcificazione identitaria, Christopher Nolan ci ricorda la natura fluida, stratificata, multiforme – come l’ingegno del suo eroe – dell’opera originaria, la cui paternità è ancora oggetto di studi, teorie, ipotesi e congetture. Un corpus letterario frutto di racconti orali, di storie tramandate, ricucite, rimodellate; un universo espanso, una memoria collettiva in continuo divenire che ha posto le basi archetipiche della letteratura mondiale.
A sembrare fuori posto, nonostante l’appassionata interpretazione, è proprio l’eroe del poema incarnato da Matt Damon, in bilico tra gli addominali scolpiti e il viso bamboccesco che l’ha sempre caratterizzato, e il tentativo di camuffarlo imbastendone una versione senile, barbuta e segnata dal dolore.
Odisseo, un Oppenheimer ante litteram, è l’archetipo della tracotanza prometeica, del (super)eroe nolaniano che si macchia di hýbris portando alla decadenza dei valori e alla fine della civiltà. A contaminare questo maschile guerrafondaio sono proprio le donne: la Penelope di Anne Hataway con la sua resilienza granitica, la presenza fantasmatica dell’Atena giudicante di Zendaya, la Calipso “psicotropa” di Charlize Theron, la Clitennestra vendicativa di Lupita Nyong’o e la Circe fattucchiera di Samantha Morton.
Con la sua personalissima versione del poema omerico, Christopher Nolan mette a nudo il suo cinema e lo riduce al suo esoscheletro archetipico, privandolo di tutti gli orpelli drammaturgici, degli enigmi labirintici, dei calcoli matematici e dei didascalismi – con cui voleva persino addomesticare il sogno (Inception, 2010) –, per scoperchiarne l’inganno, il prestigio, la magia. L’uomo è riportato indietro nel tempo, in una dimensione mitica, primordiale, a tratti sublime, dalle sorprendenti tinte orrorifiche, dove a governare è la legge di Zeus, il mondo irrazionale degli dèi, teatro di tutte le passioni distruttrici e creatrici.
A svelare il cuore del viaggio erratico e delle peripezie di questo Odisseo moderno sono proprio i canti delle sirene che denunciano il crimine più alto: il tradimento del desiderio. Ciò che desideriamo di più al mondo è ciò che non possiamo avere, perché lo avevamo già, ma l’abbiamo perduto, tradito, dimenticato, disonorato.
È nel momento in cui si lascia andare alle acque del mare, invece di combatterle, che l’eroe può finalmente ritrovare la strada di casa. Nel cinema algido, “sterilizzato”, rigido, iper-razionale di Christopher Nolan, spesso allergico alle perturbazioni femminili e ad ogni accenno di erotismo, Odissea emerge come il tassello più sincero, viscerale, umano del suo cinema: un’ammissione di colpa, di fallibilità, una resa incondizionata per approdare alla verità del proprio desiderio.