"È il canto di tutte le promesse che non ho mantenuto". Sono queste alcune delle parole che ascolta, sfiancato, Odisseo (Matt Damon), dopo essersi fatto legare all'albero maestro dell'imbarcazione di cui è capitano per poter udire il canto delle sirene, ordinando al suo fedele compagno Euriloco (Himesh Patel) di non liberarlo per nessun motivo. Appare come un gesto masochistico, un grido disperato di chi sente il bisogno di ascoltare la verità. La propria verità. Quella che ferisce, quella che si conosce già, ma che non si è mai davvero pensata.
Christopher Nolan ha finalmente trasposto sul grande schermo l'opera che, più di ogni altra, racconta un viaggio, o meglio, un percorso. Vale la pena ricordare il primato tecnico della pellicola, interamente girata con cineprese IMAX 70mm da oltre 100 kg: una scelta che non rappresenta soltanto una sfida produttiva, ma forse un modo per immergere spettatore e troupe nella stessa fatica del ritorno di Odisseo, perseguendo quell'idea di autenticità e di esperienza fisica simile al protagonista. Odissea racchiude al suo interno molteplici temi trattati e celebrati nei precedenti film dal regista britannico: appare il punto di convergenza, la chiusura di un cerchio che raccoglie e ricompone le sue dimensioni narrative affrontate fin ora, elevandole a una sintesi definitiva.
Prendiamo, ad esempio, il concetto del tempo, già centrale in Tenet (2020), Interstellar (2014) e The Prestige (2006): un tempo che può assumere le sembianze di un labirinto, un rebus da decifrare o di una forza suprema che confonde, disperde e disorienta, simile allo stato che sperimentiamo quando ci perdiamo nei meandri della nostra mente, come accade per Odisseo, vivendo quella condizione tanto umana quanto alienante che rischia di abitare ogni individuo.
Se in Inception (2010) i protagonisti si spingono negli strati più profondi del proprio e dell'altrui subconscio, rischiando di rimanervi intrappolati, in The Odyssey il pericolo assume una forma diversa: perdere il proprio presente e, con esso, la propria identità, fino a diventare davvero "Nessuno" – colpisce che Nolan scelga di eliminare proprio questo celebre scambio con Polifemo, rinunciando alla componente dialogica e simbolica di quell’episodio.
Il Ciclope di Nolan – dai tratti orrorifici, sembra un omaggio al Pale Man di Guillermo del Toro - viene raffigurato come un fantoccio primordiale, più istintivo che malvagio. Dopo aver soddisfatto i propri bisogni primari, senza alcuna apparente intenzione maligna, viene accecato e colpito; Polifemo piange disperatamente invocando il padre divino, Poseidone, il Dio del Mare, che Odisseo osa sfidare. Una sequenza che suscita quasi tenerezza, suggerendoci come la mostruosità spesso appartenga più allo sguardo di chi osserva, che non all'essere osservato. Una sequenza, tuttavia, che sacrifica l’iniziale duello dialogico ed intellettuale tra i due e quell’aspetto narrativo che dona astuzia al personaggio di Odisseo trasformandolo in un essere arrogante, che sfida e inganna il figlio degli Dei e con esso, la sorte.
Come accade in Interstellar, anche qui il cuore pulsante del racconto è una promessa. Cooper (Matthew McConaughey) promette alla figlia che tornerà da lei; Odisseo assicura invece a Penelope (Anne Hathaway) di non abbandonarla mai. Non le garantisce il ritorno, ma le promette che il suo amore rimarrà immutato. E che sarà proprio lui a guidarlo e a tenerli vicini. Nel film di Nolan, Penelope e Telemaco (forse il più credibile Tom Holland) diventano, quindi, il punto di ancoraggio ancestrale dell'identità di Odisseo: se Cooper osserva, ansimante, i videomessaggi dei figli che invecchiano mentre lui rimane quasi immutato – impotente - a causa della dilatazione temporale, Odisseo vive un'angoscia ancora più subdola: quella di un tempo che continua a scorrere a Itaca senza di lui.
Un tempo che, progressivamente, diventa inconsapevole, poi ignoto e infine temuto. Telemaco cresce senza un padre, rincorre quel ricordo di una presenza ormai lontana, mentre Penelope resiste all'assedio dei Proci custodendo la memoria del marito. Si frammenta il mito dell’eroe salvifico, le cui scelte vengono pagate anche da chi resta. In entrambe le opere, la partenza ed il ritorno non rappresentano soltanto il compimento di un viaggio. Sono un atto d'amore e di rinuncia che si oppongono all'abisso -quello dello spazio e quello del mare. Lo sfidano, ma fino a che punto?
L’Odissea di Nolan si profila gradualmente come un viaggio di redenzione, dai connotati Danteschi, dove Caronte è raffigurato dal mare, guida e sfondo dove avviene tutto ciò. Come Dante affronta i “gironi” nel suo viaggio verso gli inferi per ritrovare la sua Beatrice, anche Odisseo, lungo il suo percorso espiativo, incontrerà figure femminili -veri e propri archetipi filosofici e psicologici- che metteranno alla prova l’anima dell’eroe -fragile e spavalda- rivelando le sue promesse non mantenute.
Ci penserà Circe (Samantha Morton), che perde il ruolo di femme fatale – rispetto all’iconica Silvana Mangano dell’Ulisse del 1954- a smontarle concretamente: il ruolo acquista una visione evoluzionistica del personaggio, c’è una purezza spettrale, inaspettata; la sua magia non è più solo un dono divino, ma una forma di difesa contro i profanatori, i visitatori che pretendono ciò che credono gli sia dovuto, perché la legge di Zeus lo ordina. La Circe di Nolan, come dirà lei stessa, si limita a trasformare questi pretendenti solo esternamente, svelandone la loro reale natura, dopo anni di solitudine, guerra e oblii.
Come nell’Odissea omerica, anche in quella di Nolan i personaggi femminili aiutano Odisseo a raccogliere i pezzi di sé, ognuna con il proprio messaggio o rivendicazione. Se nell’opera greca ogni donna cercava di offrire anche amore al re di Itaca, in The Odyssey questo legame romantico viene meno: le figure femminili sembrano invece condurlo verso una dolorosa e profonda lettura – e ricordo- di sé. Diventano forme di coscienza che mediano gli eventi, in cui ognuna rappresenta uno specchio del suo passato e del suo presente con cui fare i conti; un viaggio psicologico in cui l'eroe deve affrontare gli orrori commessi da quelli come lui in cui si incontrano, inevitabilmente, le promesse non mantenute proprie e della collettività che rappresenta.
Sebbene l’ultimo film dell’ammirato regista sia un importante lavoro di tecnica, suoni – talvolta troppo invadenti- e immagini coinvolgenti (l’ira del mare in una delle scene ultime, che vede Odisseo perdere tutti i suoi compagni e il fido Euriloco, un gioco di luci ed ombre che rende quella sequenza angosciante e realistica, merito anche della colonna sonora firmata da Ludwig Göransson) rischia di rimanere un’opera grandiosa ma non sentita.
Il film, magistrale nell’esecuzione, probabilmente uno dei migliori del regista degli ultimi tempi, perde quella componente emotiva che contribuisce, però, a rendere l’Odissea e la storia di Odisseo un faro nella letteratura, madre di molte altre opere future, influenzate dai messaggi avanguardistici in essa depositati. Odissea parla di un uomo che ha bisogno di redimere sé stesso, di accettare i propri inganni e fallimenti per poter tornare, finalmente, alla sua Itaca – verso una nuova identità mutata, ma pur sempre la stessa. Ma il film rischia, nuovamente, di poter essere ammirato, ma poco vissuto, come invece deve fare il protagonista per riscoprire e ritrovare se stesso.
Così, persino con il consenso di Atena, The Odyssey finisce per diventare una grande promessa: reale, concessa, ma non mantenuta.