Un gruppo di ragazzini intraprende un viaggio tra i boschi del Maine nella speranza di vedere un cadavere. Quale idea migliore per un coming of age? La crescita come un lungo viaggio verso la morte, si parte gioiosi e ci si incupisce lungo il cammino. Una volta arrivati non si ha più voglia di vederla, anzi, sarebbe bello tornare indietro. Stand by Me, uscito ben 40 anni fa e diretto da Rob Reiner è l’adattamento del racconto Il corpo, di Stephen King, titolo originale: Fall from Innocence - The Body, il che è tutto dire.

La perdita dell’innocenza vista da una prospettiva adulta, perché seppure questi ragazzini fumino, giochino a carte, girino con una pistola e riflettano sulla loro condizione sociale, sempre ragazzini restano ed è per questo che desiderano crescere. Il protagonista è infatti grande quando ripensa a quel viaggio che segnò un prima e un dopo nella sua vita e in questo senso allora il suo racconto non può che essere malinconico, nostalgico.

Riguardare Stand by Me nel corso del tempo fa un po’ lo stesso effetto. Da un lato ritornare a una storia del genere in fasi diverse della propria vita e dunque con nuova consapevolezza condiziona la visione, basti pensare al fatto che sia un film proiettato spesso nelle scuole, quasi come per mettere le mani avanti e avvertire i bambini rispetto a quello che li aspetta. Ovviamente è una mossa furba e non funziona, lo si riguarda da grandi e si piange. Dall’altro lato invece è il film a cambiare, o meglio quelle stesse immagini acquisiscono valore in virtù del passare del tempo.

Basti pensare anche solo al cast, tre generazioni di attori diverse, tra Richard Dreyfuss che circa 10 anni prima nel 73’ era protagonista di un’altra storia nostalgica in American Graffiti (anche lì diventava scrittore), Kiefer Sutherland agli albori della propria carriera e Corey Feldman in rampa di lancio. 40 anni dopo il pensiero va alle rispettive filmografie e insieme ai loro personaggi, a schermo sembra di vedere 3 diversi momenti della storia del cinema. Non si possono non menzionare poi la morte di River Phoenix e quella di Rob Reiner, assassinato l’anno scorso insieme alla moglie. Difficile fingere che tutto ciò non abbia un impatto sulla visione.

Stand by Me mette in scena la gioia e la tristezza che si provano ripensando al passato e in maniera quasi meta-cinematografica, lo scorrere degli anni non fa altro che rinforzare il racconto. La nostalgia si stratifica col tempo e nel bene e nel male c’è sempre qualcosa di nuovo che manca, una nuova perdita. Banalmente, oggi la sola idea che dei bambini possano andare nei boschi per vedere un cadavere non sarebbe credibile. Il nostro rapporto con il vedere e con il visibile è mutato radicalmente e l’idea che ci sia qualcosa che sappiamo esistere, ma che non abbiamo mai effettivamente visto, suona strana. Sarebbe difficile immaginare una storia del genere e chissà se un bambino oggi riuscirebbe a empatizzarvici o esserne coinvolto (magari sì). La nostalgia cresce.

È un modo di fare cinema diverso a quello a cui si è abituati oggi, appartiene a un periodo in cui la fuga a piedi da una locomotiva aveva una maggiore componente attrazionale e lo spettacolo poteva basarsi appunto su un treno e un cadavere. Il fascino di elementi del genere è stato parzialmente eroso da anni di storia del cinema e contenuti audiovisivi, inevitabilmente saranno percepiti in maniera diversa, ma succede che riguardando la pellicola di Reiner si rischia di provare mancanza persino per i treni e una certa maniera di inquadrarli.

Giustamente il tempo passa e il cinema cambia, mentre Stand by Me si cristallizza nel momento della sua uscita e nella messa in scena di quel 1959 nel Maine, un tempo che non abbiamo mai vissuto, un luogo che non abbiamo mai visto e che mai vedremo, ma verso il quale, stranamente, proviamo nostalgia.