Un'espansione dell’espansione dell’universo/franchise Star Wars, che conferma l’orientamento produttivo che ormai presiede il sincretico progetto ideato da George Lucas quasi cinquant’anni fa. The Mandalorian and Grogu (2026) di Jon Favreau si potrebbe considerare un “pilot” cinematografico, per eventuali sequel o spin-off, sorto dopo l’ottimo riscontro di The Mandalorian (2019- in corso). Serie che a sua volta è l’estensione di Star Wars, situandosi temporalmente tra le vicende di Return of the Jedi (1983) di Richard Marquand e quelle di The Force Awakens (2015) di J.J. Abrams.

Il sincretismo culturale e cinematografico che forgiava l’originale è divenuto ora soprattutto una fusione di disparate visioni autoriali e produttive. Ogni capitolo, tolta la sempre pregevole e spettacolare messinscena, diviene principalmente un oggetto da scomporre per verificare la mescolanza delle varie ottiche produttive che plasmano il prodotto finale. Il marchio originale Lucasfilm, The Walt Disney Company, Dave Filoni e Jan Favreu, che porta con sé un pezzo di MCU, hanno ognuna un sostrato prospettico e morale differente. E questa scomposizione si soppesa con il bilancino per constatare quanto è rimasto dell’originale e se il nuovo lo sovrasta o intacca – o addirittura vilipende.

Stando ai risultati del box office, che comunque sin dal 1977 ha condotto l’evoluzione della saga prima e del franchise successivamente, al momento tutto funziona per quanto concerne l’aspetto redditizio. Meno convincente – e quasi sempre più evidente – la resa dello spirito immaginifico “naïf” che forgiava Guerre stellari, universo creato da una sola mente e (auto) conclusosi dopo 9 episodi.

L’incremento della saga si allontana sempre più dal fulcro primigenio, creando nuovi personaggi con fiammanti narrazioni epiche soltanto appoggiate sul passato. L’impero, l’Alleanza Ribelle, la Nuova Repubblica, mezzi e strumentazione – a cui si aggiunge l’evocazione di Jabba the Hutt – sono gli appigli su cui s’innestano e si sviluppano gli spin off pronti a progressive tendenze narrative e promozionali. Ciò sta trasformando Star Wars in una variante dello stesso MCU, dove ciò che innanzi tutto conta è fare in modo che gli sviluppi possano dare ulteriori accrescimenti (anche di merchandising).

Din Djarin è il nuovo eroe, il camminatore per gli universi in cerca dei cattivi dell’Impero. Una figura valorosa, un Iron Man accompagnato da Grogu, infantile e tenero Yoda, e da un pilota antropomorfo meno animalesco rispetto a Chewbecca. Tutt’attorno altre fantasiose creature extraterrestri, con una predominanza di caratteri buonisti (ad esempio i piccoli e buffi riparatutto sostanzialmente sono variazione degli Ewoks), che evidenziano le sfumature fiabescamente narrative della Disney. Come ugualmente si riconosce l’impronta più fumettistica e seriale di Dave Filoni.

The Mandalorian and Grogu, pur nella sua funzionalità precipua di blockbuster, patisce questa mescolanza di concezioni differenti che sagomano un mélange che non scontenti i longevi fan e riesca a coinvolgere nuovi spettatori. La strizzata d’occhio nostalgica, ad esempio un R2-D2 estratto da un X-wing o l’innesto di Sigourney Weaver che porta con se un’altra storica saga fantascientifica, si percepisce come una forzatura più che un sincero atto di devozione.

Ciò conferma che l’unico film ricollegabile allo spirito-guida di Star Wars è stato Guardians of the Galaxy (2014) di James Gun, capace di conservare quel sincretismo cine-culturale naïf e divenire a sua volta fonte ispiratore del brand originario.