“Rubare è un mestiere impegnativo, ci vuole gente seria, mica come voi. Voi, al massimo, potete andare a lavorare”, diceva Marcello Mastroianni ne I soliti ignoti. La commedia di Mario Monicelli, uscita nel 1958, parodiava il genere del “film del colpo grosso” (o heist movie) per raccontare l’Italia del secondo dopoguerra, a cavallo tra la povertà e il benessere portato dal boom economico.
The Mastermind, il nuovo film della regista e sceneggiatrice Kelly Reichardt, parte da un’intuizione affine a quella di Monicelli, impiegando la storia di un furto fallito per raccontare l’America suburbana degli anni Settanta. La battuta di Mastroianni, peraltro, appare perfetta per inquadrare il protagonista immaginato da Reichardt: James Blaine Mooney (Josh O’Connor) è un ex studente di storia dell’arte, ora falegname disoccupato e padre di due figli, che decide di sfruttare la scarsissima sorveglianza all’interno di un museo della cittadina in cui vive per rubare quattro quadri del pittore astrattista Arthur Dove.
Reichardt e O’Connor lasciano allo spettatore il compito di immaginare le ragioni che spingano James a organizzare questo “colpo” tutto sommato non necessario o, quantomeno, non motivato da circostanze lampanti, che vadano al di là dell’apparente semplicità dell’operazione. Nonostante la sua disoccupazione, infatti, le condizioni della famiglia di James sono tutt’altro che precarie: ha una casa spaziosa e due macchine, la moglie (Alana Haim) lavora, lui è il figlio di un giudice noto e rispettato in città (Bill Camp) e la madre (Hope Davis) ha la disponibilità economica per staccargli grossi assegni sull’unghia. L’uomo, inoltre, non mostra una spiccata passione per le opere d’arte, o un particolare gusto estetico che giustifichi la sua determinazione nel sottrarle; non è nemmeno chiarissimo a chi, come e quando avrebbe intenzione di venderle. Semplicemente può rubarle, dunque lo fa.
Di più: James organizza il furto con la quieta, serena sicurezza di chi sa cosa sta facendo. O’Connor non lo incarna mai con un atteggiamento strafottente o malizioso, ma lo rappresenta con i toni pacati e gentili di un uomo che ha piena fiducia nelle proprie capacità ed è persuaso di essere dalla parte giusta. Si comporta, insomma, come la mente geniale dell’operazione che dà titolo al film, un burattinaio in completo controllo che ha ben chiaro il quadro più ampio della situazione.
Eppure, quello stesso titolo assume via via contorni sempre più ironici perché, è evidente, l’uomo non sa cosa sta facendo: uno dei complici diserta all’ultimo, ma il colpo non viene rimandato; un altro si rivela inaffidabile; la rapina avviene in pieno giorno, i quadri sono nascosti in federe bianche da persone il cui volto è coperto con collant femminili – metodo sicuro per attirare l’attenzione –, e così via. Ma questi errori scalfiscono a malapena la corazza del genio dell’operazione, che va avanti a testa bassa con incrollabile fiducia anche quando diventa altrettanto evidente che il furto sia fallito, costringendolo a una fuga sempre più difficile.
Reichardt racconta questo colpo sgangherato e le sue conseguenze con deliberata lentezza, rigettando i ritmi frenetici tipici del genere in favore di inquadrature fisse (notevole è la sequenza di cinque minuti, senza stacchi, in cui James tenta goffamente di nascondere i quadri nella fattoria di campagna, facendo su e giù da una scala a pioli). Il risultato è un anti heist movie costruito intorno a un uomo che si riconferma a più riprese incapace di leggere la situazione in cui si trova, sconnesso per disinteresse, per ingenuità e per privilegio dal contesto e dalle conseguenze delle sue azioni.
Vale per il furto come per il periodo storico: è il 1970 e dalle televisioni, dalle radio e dalle proteste disseminate per strada filtra un’America che sta facendo i conti non solo con la guerra del Vietnam, ma anche con la lenta, inesorabile deriva della controcultura degli anni Sessanta. È una crisi che strepita come rumore di fondo nella vita di James perché, per l’appunto, ha il lusso di non doversene preoccupare; la sua storia è quella di un uomo convinto di potersi esimere dalle regole vigenti nel mondo che abita, fallendo da un punto di vista umano e sociale prima ancora che civico e legale.
Ne è la prova il crescendo di solitudine che lo trasporta da una visita domenicale al museo con la moglie e i figli – in apertura al film – a una protesta per una causa che non lo interessa, in una città a più di mille chilometri di distanza dalla sua famiglia, in fuga, solo e senza amici. Questa parabola è funzionale non tanto a condannarne le azioni illegali quanto, appunto, a compatirlo: James è un uomo che scambia ingenuamente il privilegio per lucidità, appropriandosi di ciò che vuole solo perché si sente autorizzato a farlo. Ma non è possibile, ci dice Reichardt, restare distaccati da ciò che accade intorno a noi, prendendo a piene mani dal mondo senza essere disposti a dare nulla in cambio.