Una strada buia, un cane colpito da una macchina, un guasto, il rumore meccanico di una protesi che si trascina per terra. Sono sufficienti pochi elementi per scatenare la vicenda al centro di Un semplice incidente, ultimo film di Jafar Panahi vincitore della Palma d’Oro a Cannes: un uomo in macchina con la sua famiglia che investe un cane, un collaboratore di un meccanico che riconosce nel rumore del passo di quell’uomo il suo torturatore e decide di sequestrarlo e seppellirlo.
Ma dalla fossa scavata da Vahid si alza un dubbio che lo porta a dubitare dell’identità dell’uomo. Vahid non ha mai visto in faccia il suo torturatore, essendo rimasto bendato per tutto il tempo: conosce solo il suono del passo e il soprannome, Gamba lesta. Così come Shiva, Hamid, e Golrokh, altri prigionieri che Vahid riesce a rintracciare per cercare di chiarire questo dubbio: c’è chi riconosce l’odore del sudore, chi il suono della voce, chi le cicatrici sulla sua gamba.
Un semplice incidente fa dell’incertezza il suo motore tematico e morale: la difficoltà a identificare il carnefice guida il protagonista alla ricerca di una verità più ampia e sfuggente del semplice dato oggettivo e diventa un percorso di riflessione su temi come la giustizia, il trauma, la vendetta, il potere. Temi universali incarnati da parole logorate dall’uso, accompagnate da definizioni univoche e giudizi di valore tagliati con l’accetta, in Un semplice incidente acquisiscono un peso specifico, abbandonano la loro veste divina per calarsi nel mondo degli uomini incastrandosi tra i suoi ingranaggi imperfetti e arrugginiti.
Panahi mette alla prova la sacralità di questi valori calandoli nella realtà contemporanea del regime iraniano e li studia attraverso gli occhi di persone comuni, diverse tra loro per temperamento e contesto sociale di provenienza, accomunate dal trauma della tortura inflitta sui loro corpi e sulle loro menti da un potere politico sordo e cieco come l’uomo bendato e narcotizzato rinchiuso nel furgone.
L’odissea dello scalcinato furgone su cui viaggiano i vari personaggi, tutti in un modo o nell’altro alla ricerca di una giustizia perfetta che risani le ferite e ristabilisca l’equilibrio nelle loro vite, è un momento che trascende lo spazio buio e angusto di quel furgone, che diventa una scheggia di trauma che si inietta nelle arterie della città girando indisturbato per le sue strade, dove la vita conserva solo un’apparenza posticcia di normalità.
Il furgone diventa un monito del fatto che la vita non può proseguire normalmente finché i soprusi, le torture, le violazioni dei diritti umani essenziali non verranno resi visibili e riconosciuti come parte integrante del passato e del presente del Paese, finché il trauma non verrà risanato. Così quello stesso furgone che vaga per la città con fare confuso ed erratico, come se avesse assorbito tutto il trauma che contiene, diventa una sorta di tribunale improvvisato dove la condanna rimane perennemente sospesa e i ruoli si mescolano nell’ambiguità dell’ignoto, del grande quesito che costituisce l’ossatura narrativa del film.
Chi è la vittima e chi è il carnefice? L’uomo sequestrato è davvero il funzionario che li ha torturati o è solo un padre di famiglia con una moglie incinta e una figlia che lo attendono a casa? Ucciderlo o lasciarlo in vita? Ripagarlo con la stessa moneta o dimostrarsi migliori di lui risparmiandolo? Anche quando il nodo sembra apparentemente sciogliersi e il film sembra lanciare un messaggio ben definito, la realtà finisce per riemergere dalle crepe e dai dettagli, sconfessando ogni tentativo di fare la morale e di impartire insegnamenti.
In questo Panahi rimane coerente con la sua visione, elevando a nuove vette formali ed estetiche i caratteri costituenti del suo cinema: concreto, in movimento, clandestino nei mezzi che usa che si mescolano allo spazio filmico e nel suo opporsi al potere, ancorato alla realtà, sempre con lo sguardo ad altezza d'uomo.