“Aderire o non aderire?  

La questione per me non si pone.

È la mia rivoluzione"

Majakovskij

Eco brutale e impetuosa della rivoluzione, la voce di Majakovskij irrompe nella narrazione di questo documentario – che di mera riproduzione del reale conserva ben poco – con la stessa caparbietà di linguaggio, forma e contenuto che si incontrano nella lettura delle sue poesie, senza la benché minima soluzione di compromesso.

Emmanuel Hamon, con L’utopie des images de la révolution russe, presentato nella sezione di Venezia Classici durante questa settantaquattresima Mostra del Cinema di Venezia, ha voluto riprodurre e rivitalizzare il fervore culturale di un decennio di utopie, splendore e perfetta armonia di intelletto e forza lavoro; con un modus operandi, tuttavia, in netta antitesi con ciò che si è soliti classificare all’interno del genere suddetto. Interessante è il duplice uso, che poi diviene anche straordinariamente speculare, della componente della finzione all’interno della storia da un punto di vista formale e contenutistico; il regista risulta tanto antidogmatico quanto gli stessi protagonisti a cui consacra la sua storia, i giovani cineasti sovietici del decennio 1917-1930.

Periodo d’eclettismi e avanguardismi artistici, il cinema non poteva che assorbirne ogni singolo meccanismo e artificio e registi come Kulešov e i suoi allievi (tra cui quello che sarebbe divenuto il Sergej Ejzensteijn che conosciamo al giorno d’oggi, pioniere della tecnica e dell’effetto del montaggio sulla società e sulle ideologie) concilieranno rivoluzione artistica e politica in una sintesi che avrà la sua ragion d’essere lungo tutto il corso della decade. Il medesimo fremito culturale e slancio dall’immanente al trascendente, volo pindarico di una ragione che rifugge dalla realtà – se pensiamo all’ingegnere Los che “porterà la rivoluzione” ad Aelita – Emmanuel Hamon lo proietta nel suo documentario, sdoganando il canone tradizionale per evitare, stando alle sue parole, un risultato cloroformizzato.

Tuttavia c’è il periodo del realismo socialista e il film riflette anche le contraddizioni e indecisioni di un tale cambiamento nella psicologia degli artisti, con il risultato dell’abdicazione di molti nei confronti di una regola che rappresentava, in quanto tale, la negazione di quanto si era coraggiosamente e in maniera appassionata professato prima dell’ascesa al potere di Stalin. L’utopia e la meraviglia volgono al termine, la finzione non può più filtrare la realtà se non in termini di una sterile ed estemporanea consolazione.