Forse il film sul cinema più emblematico e significativo che sia mai stato realizzato. Una fatiscente e polverosa riflessione meta-cinematografica da parte di uno dei registi più importanti della grande Hollywood: Billy Wilder, regista austriaco di origini ebraiche, espatriato negli Stati Uniti dopo l’avvento del nazismo, come tanti suoi colleghi.

Allievo di Ernst Lubitsch, pioniere del noir con La fiamma del peccato (1944), maestro della commedia, in grado di tirare fuori il meglio anche dai ritardi e dai capricci di icone come Marilyn Monroe, Wilder firma con Viale del tramonto (1950) un testamento funebre del cinema che sarà un riferimento imprescindibile per gli autori del futuro: da Ed Wood (1994) di Tim Burton, a Mulholland Drive (2001) di David Lynch (alias Gordon Cole), a Maps to the Stars (2014) di David Cronenberg, fino alla parabola orrorifica della Marilyn allucinata in Blonde (2022) di Andrew Dominik, per arrivare al recente body horror postmoderno The Substance (2024) di Coraline Farget.

Impossibile dimenticare l’incipit con la voice over (come nel più classico dei noir) del protagonista, Joe Gillis (William Holden), già cadavere galleggiante nella lussuosa piscina tanto desiderata. L’iconica inquadratura da dentro l’acqua fu ottenuta mettendo un vetro nel fondale, racconta Wilder intervistato – in stile Hitchcock/Truffaut – da Cameron Crowe.

Holden è uno sceneggiatore squattrinato, un volgare fabbricante e venditore di rantoli e parole (quelle stesse parole che hanno rimpicciolito i grandi volti dello schermo), capitato per caso in una villa fantasma appartenente a una vecchia star del cinema muto, Norma Desmond, interpretata da una straordinaria Gloria Swanson nel ruolo della vita, a sua volta gloria del muto riesumata da Wilder.

Tra il redivivo Cecil B. DeMille (regista preferito di Norma/Swanson), Erich Von Stroheim, grande regista e autore controverso del cinema muto – qui chiamato ad interpretare il classico lugubre maggiordomo del castello – fino alla maschera comica di Buster Keaton, Wilder sembra rispolverare le “vecchie mummie” del cinema che fu, statue di cera in un mausoleo di celluloide, dimenticate dalla grande fabbrica dei sogni americana.

Il castello diroccato di Norma è un set autocelebrativo, allestito alla perfezione dal maggiordomo Stroheim: tra foto, manifesti, automobili vintage, vecchie pellicole e improbabili lettere di fan appassionati, che attendono con ansia il ritorno sugli schermi della grande Norma Desmond. La diva decaduta si muove per i saloni del suo palazzo, in un gioco di specchi, tra realtà e finzione, come se una macchina da presa fantasma la seguisse in ogni sua posa e movimento, pronta a immortalarla nel suo primo piano.

“We didn’t need dialogue. We had faces!”, declama Norma osservando la sua stessa ombra, la sua proiezione fantasmatica sullo schermo narcisistico che riproduce ripetutamente la sua immagine, in un rito perpetuo di vanità. Nessuno può eguagliare la grandeur delle grandi dive del passato (forse solo la Garbo), che col solo ausilio del loro volto scrivevano sceneggiature invisibili; un cinema puro, fatto di sguardi, in cui l’emozione era così esasperata da essere liberata dalle catene razionali della parola.

Billy Wilder mette in scena lo sfarzo decadente, barocco e kitsch dell’industria cinematografica, i miti e gli inganni di una Hollywood ammalata che vende un sogno illusorio, attraverso l’artificio menzognero della parola e il culto di un’immagine divistica che non accetta la morte. Un cinema riflessivo, confessionale, colpevole, cimiteriale, memore dei suoi fantasmi.