In attesa di Gender Bender, di cui Cinefilia Ritrovata seguirà la sezione cinematografica, dedichiamo un piccolo speciale a 120 battiti al minuto, uscito negli scorsi giorni e presentato come anteprima del festival. Il film di Campillo, di grande successo in tutto il mondo, stenta ad affermarsi in Italia, e alcune dichiarazioni dei responsabili di Teodora (la casa di distribuzione), amareggiati per lo scarso seguito, hanno scatenato molte reazioni tra i cinefili. Noi abbiamo deciso di presentarvi due nostre recensioni, di differente valutazione al film, entrambe però molto precise analiticamente. A voi il giudizio finale. 

...................

Fate largo: il cinema queer contemporaneo ha scovato il suo ultimo enfant prodige, ha eletto un nuovo beniamino. Sceneggiatore e montatore, allievo di Laurent Cantet, Robin Campillo è stato incoronato a Cannes 2017 con il Grand prix della giuria e rappresenterà la Francia ai prossimi Oscar con la sua opera terza, 120 battiti al minuto. Che comincia così: titoli di testa laconici, e poi eccoci accolti da un attivista che ci informa sulle regole per prendere parte alle riunioni settimanali di Act Up-Paris, associazione nata nel 1989 per sensibilizzare le istituzioni e denunciare l’epidemia di AIDS in corso, di cui il regista stesso è stato membro dal 1992 in poi. Regole di civiltà, mutuo rispetto e attiva partecipazione, le stesse regole che Campillo reclama per esperire il suo cinema limpido e militante, didattico e politico.

E infatti 120 battiti al minuto prende avvio come la più classica delle opere di denuncia, con gli slogan, i cortei, i gay pride, le parentesi esplicative, e le assemblee e le proteste in montaggio alternato. Raccontate con un linguaggio al grado zero, simbologie cristalline, e la referenzialità più diretta a regolare ogni rapporto tra immagine e realtà – come il sangue finto utilizzato nelle dimostrazioni pubbliche dell’associazione. Poi però il ritmo serrato del montaggio inciampa, arrivano gli inserti in CGI, e lo sguardo di Campillo si flette, divaga, si incanta sui corpi rischiarati dalle luci stroboscopiche e sui granelli di polvere che volteggiano a mezz’aria. L’opera corale ed engagé così trova il tempo di raccontare anche una storia d’amore e un’agonia, schivando la pornografia –  del dolore e tout court – e abbracciando il mélo, ondeggiando tra pubblico e privato, personale e politico. Che in fondo, negli anni ‘90 più che mai, sono la stessa cosa.

Perché l’HIV è un virus (lo vediamo con i nostri occhi, che in perfetta soluzione di continuità arrivano a scandagliare l’infinitamente piccolo) ma l’AIDS è uno stigma. È una malattia della società che colpisce i più deboli – omosessuali, tossicodipendenti, prostitute e carcerati, ripetono come un mantra i membri di Act Up – e ne pervade in toto l’identità: “Che cosa fai nella vita?” chiede  Nathan “Sono sieropositivo” risponde Sean, un Nahuel Pérez Biscayart istrionico e commovente. Smaniosi di vita come i liceali di La classe – Entre le murs (che Campillo scrive e monta per il maestro Cantet), segnati dalla morte come i Revenants, sua opera prima, i ragazzi di 120 battiti sono fatti di carne e ossa, ballano godono e soffrono, e al contempo vivono e muoiono al servizio di una causa ingrata.

Maria Sole Colombo

.................................

 

Dopo la prospettiva insolita scelta da Dallas Buyers Club (6 candidature ai Premi oscar nel 2014 e tre statuette portate a casa), che metteva al centro di una storia di AIDS un texano omofobo convinto che la malattia fosse di appannaggio esclusivamente omosessuale, e il bellissimo e corale Pride di Matthew Warchus nel 2014, che ci faceva adorare il movimento LGBT schieratosi politicamente al fianco dei minatori inglesi e contro la Lady di Ferro, sicuramente mancava all’appello una pellicola che portasse alla luce gli anni di “oscurantismo” e sessuofobia subiti dalla comunità LGBT e dai malati di AIDS in Europa nei primi ‘90. Anni in cui il picco dell'epidemia di Aids (ed i morti) spinse i militanti di Act Up Parigi (associazione che richiamava l’attenzione sulla vita dei malati di HIV) a scendere in piazza e dare il via alla lotta per la diffusione di una cultura della prevenzione, contro i pregiudizi e l’ignoranza imperante.

120 battiti al minuto è senza dubbio il film che la comunità LGBT attendeva da tempo. Il film della riscossa, della narrazione di un tema che troppo a lungo ha sofferto del silenzio complice dei media. Diretto da Robin Campillo e interpretato tra gli altri da Nahuel Pérez Biscayart, Arnaud Valois e Adèle Haenel, il film è il candidato ufficiale della Francia per la corsa all'Oscar 2018 al Miglior Film Straniero. “Tutti i film che hanno parlato dell’Aids - ha dichiarato il regista franco marocchino - hanno raccontato storie individuali. Io volevo occuparmi del momento in cui le persone hanno scelto di fare un’azione collettiva contro il male, di mettere in scena un gesto politico che avesse un senso”, e infatti Campillo realizza un film corale dove centrale è la dimensione del gruppo, a discapito però dell’approfondimento di molti dei personaggi rappresentati. Nonostante questo, il film è stato premiato a Cannes con il Gran Prix della Giuria.

Volendo esprimere un giudizio complessivo ci troveremmo in imbarazzo a dover scindere il giudizio critico ed estetico da quello puramente simbolico.  Da un punto di vista simbolico infatti il film di Campillo coglie nel segno, e riempie un vuoto notevole ed insopportabile nella storia del cinema globale rispetto alla narrazione non solo del mondo omosessuale (in modo reale e ripulito dai topoi di genere, soprattutto nelle scene d’amore), ma anche e soprattutto delle lotte perpetrate per la conoscenza e la diffusione delle informazioni relative alla epidemia dell’HIV in Francia (come nel resto d’ Europa) negli anni ‘90. Dunque ottima la scelta dell’argomento, una necessità ‘generazionale’ invero, e la narrazione dei fatti.

Ma passando poi a un esame più analitico, dobbiamo ammettere che tante sono le scelte del regista non troppo apprezzate. In primis quella di un montaggio che non ha voluto favorire la sintesi e il ritmo (confezionando una pellicola di 140 minuti), ma che spesso ha indugiato in modo quasi ossessivo su particolari apparentemente insignificanti per la trama. Come, ad esempio, i lunghissimi e ripetuti minuti di “ballo” in discoteca, scanditi da immagini illuminate da luci strobos, che mettevano a dura prova l’equilibrio visivo dello spettatore. Abbiamo compreso solo a fine film che tali scene devono esser state ritenute fondamentali essendo legate ai 120 battiti del titolo (i 120 battiti al minuto appunto della musica Pop anni ‘90) ed alla transizione visiva dal sudore dei ballerini al vetrino della molecola di HIV visto al microscopio, tuttavia tale indugio ci è parso infinitamente eccessivo e snervante.

Esattamente come altri particolari che, in finale di pellicola, ci pareva potessero essere risparmiati allo spettatore: l’insistenza quasi morbosa sul cadavere di uno dei protagonisti, con annessi cerotti sugli occhi chiusi, e tutte le infinite litanie della morte. Un supplizio che si sarebbe potuto evitare. Infine il film intero, la sua azione principale, sono incentrati sulla dinamica dei dibattiti del gruppo di attivisti di ACT UP, dibattiti in cui nascevano le proposte di azione del collettivo, e da cui si dipanavano le storie dei singoli individui, storie il cui racconto però non giunge ad un approfondimento accurato, trascurando persino la caratterizzazione dei personaggi chiave, che quasi per caso diventano tali nello sviluppo della narrazione, o senza che lo spettatore ne assuma una piena consapevolezza.

Per tali ragioni il pubblico medio (probabilmente ancor più uno spettatore eterosessuale) potrebbe trovare una difficoltà oggettiva ad entrare in empatia con questo film e la sua storia ed a subirlo come un trattato, una esposizione verticale dei fatti, in aula. Il fuoco è sulla malattia. E siamo d’accordo con l’urgenza di doverla raccontare in modo non consolatorio, ma ammettiamo di aver sentito nostalgia di una forma di racconto hollywoodiano e melodrammatico delle vite dei protagonisti nel momento in cui si sono trovati in prima linea a viverla e a combatterla questa malattia.

Insomma se è vero che nel film il riscatto di Campillo sugli anni ‘90 è di esser riuscito a colorare la Senna di rosso sangue (come sognavano di fare gli attivisti di ACTUP), è anche vero purtroppo che non si è tinta dello stesso colore la nostra passione per la sua opera.

Francesca Divella