L’intento di Roy Andersson, in ogni suo film dell’era recente, è quello di servirsi dell’arte come mezzo per comprendere e concretizzare l’essenza della vita, la sua natura ampia e sfuggente, drammaticamente ironica ed al contempo opprimente e finanche tediosa. Caratteristiche che il regista svedese concepisce come elementi che simultaneamente concorrono alla composizione di quel senso di vulnerabilità che accompagna la condizione umana. Vulnerabilità intesa come somma virtù dei mortali, forza consolatrice delle creature viventi consce della propria finitezza e, per stessa ammissione dell’autore, individuata come tema supremo del suo lavoro.

Il cinema di Andersson, negli ultimi decenni, è quindi un costante tentativo di attribuire un corpo vivo al concetto di vulnerabilità, attraverso un processo di lavorazione degli aspetti che la costituiscono, i quali vengono riconosciuti nella loro natura eterea per essere incastonati in immagini che si fanno portatrici della loro essenza. Un approccio confermato anche da Sulla infinitezza, film che segna il ritorno dell’autore in competizione qui a Venezia dopo la vittoria del Leone D’Oro, avvenuta nel 2014 con il precedente Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza.

Fin dal suo primo fotogramma, Sulla infinitezza pare volerci informare che, nonostante siano trascorsi cinque anni dalla chiusura della cosiddetta “trilogia sull’essere un essere umano”, il suo cinema non abbia subito nessuna mutazione sostanziale e che, anzi, questo film sia pronto a riprendere il discorso esattamente da dove si era interrotto nel passo precedente della sua filmografia. In perfetta continuità con le opere che lo hanno preceduto, il nuovo tassello della carriera registica di Andersson utilizza il rettangolo cinematografico come una finestra affacciata su frammenti di vita quotidiana. Questi vengono contrapposti a brevi interludi estrapolati dalla storia del Novecento, quasi a voler evidenziare l’aura di insignificanza che accarezza allo stesso modo avvedimenti e temporalità apparentemente distanti.

All’interno di questi scorci, il connubio tra il cromatismo diafano degli ambienti e l’atteggiamento sonnacchioso di inermi personaggi archetipici, genera un costante corto circuito logico che sfocia nel consueto surrealismo grottesco, ormai eletto a linguaggio personale del regista. Ancora una volta, quindi, Andersson pone il proprio pubblico davanti ad una serie di dipinti in movimento, invitandolo alla contemplazione di una sequenza di quadri in cui noia e dolore si alternano come due facce di una rozza e bizzarra moneta dal valore inestimabile.

Ben lungi dalla voler elargire un retorico discorso sul senso dell’esistenza, Sulla infinitezza accentua la riflessione sul mistero dell’infinito e sulla fragilità del vivere. Nell’incapacità da parte dell’essere umano di elaborare una risposta adeguata, la soluzione di Andersson è ancora quella di soffermarsi ad apprezzare il valore dell’esserci. Anche in un mondo in cui i colori vengono appiattiti fino a confondersi tra loro e scomparire, dove il peso delle croci portate nei calvari quotidiani tormenta gli individui perseguitandoli anche nel sonno, o in cui addirittura un dittatore che ha sfiorato con le proprie mani il potere assoluto si rende conto di essere una presenza insignificante, l’unica possibilità per un sopravvivenza dignitosa è rendersi conto della meraviglia di esistere, apprezzando con il dovuto piglio ironico il dono della mortalità.