Steso su un'assolata spiaggia della Tunisia il giovane Dario Argento, ai tempi critico cinematografico e soggettista per Sergio Leone, ha un'intuizione visiva formidabile: un uomo cammina solo per la strada finché non assiste, attraverso una vetrina, all'omicidio di una giovane donna senza poter fare nulla per salvarla. Da questa piccola idea nasce L'uccello dalle piume di cristallo, e con esso la filmografia di un regista che avrebbe presto rinnovato le modalità di rappresentazione del terrore sul grande schermo.

Si può dire infatti che la corrente del “giallo all'italiana” venga inaugurata proprio da questo film, figlio della lezione di Mario Bava e dei gusti cinefili del giovane Argento. L'impronta del nume tutelare Hitchcock, come per le opere successive del regista romano, si ritrova nei picchi di humor nero che intervallano la storia e nella figura archetipica del protagonista, uomo comune coinvolto suo malgrado in fatti delittuosi, ma il cuore pulsante della storia è costituito dall'ossessione di Dario Argento per le pulsioni più mortifere dell'inconscio. Il giovane americano Sam Dalmas indaga a rischio della vita in un mondo dove gli istinti omicidi vengono celati dietro insospettabili maschere di rispettabilità, e come lascia intuire l'ambiguo finale la distanza tra una persona perbene e il suo lato oscuro non è mai così lontana come vorremmo sperare.

La vera rivoluzione operata da Argento sul genere sta tutta però nell'utilizzo di un nuovo linguaggio cinematografico che verrà incessantemente imitato ma mai eguagliato. Ogni scelta registica è mirata a stuzzicare e disattendere le aspettative del pubblico sull'operato dell'assassino e il livello di suspense viene costantemente ricalibrato con sadica perizia tramite l'uso di montaggio alternato, primi piani leoniani e riprese in soggettiva che ancora oggi non smettono di turbare il pubblico in sala. L'attenzione maniacale del regista per i dettagli diviene elemento fondante tanto della costruzione visiva del racconto quanto dello sviluppo della trama, come dimostrato dal colpo di scena finale: ogni immagine del film è ricca di indizi e false piste che spingono il protagonista e lo spettatore a rielaborare la sequenza nella propria mente, creando un gioco sull'immagine  interno al film che troverà la sua massima espressione nella geniale sequenza del corridoio in Profondo Rosso.

È doveroso tuttavia tributare parte del fascino senza tempo del film ai due grandi collaboratori di Dario Argento, Ennio Morricone e Vittorio Storaro. Il leggendario compositore, che si occuperà dell'intera Trilogia degli Animali, impreziosisce il film con una colonna sonora carica di cupa sensualità che si sposa alla perfezione con il tono perverso della pellicola, arrivando per la prima e unica volta in carriera ad improvvisare le musiche di alcune sequenze, mentre il direttore della fotografia prediletto da Bertolucci ha il merito di portare sullo schermo una Roma cupa e opprimente come mai si era vista prima, fatta di eleganti palazzi liberty e condomini di periferia fatiscenti ripresi per la maggior parte nel quartiere Flaminio.

Oscura, violenta e allucinata opera prima, L'uccello dalle piume di cristallo è pioniere e prosecutore di un cinema ben codificato nella sua mescolanza di thriller e horror, l'inattesa ma inevitabile imposizione sulla scena di un regista che avrebbe continuato a terrorizzare a lungo le platee di tutto il mondo.