Mentre stanno andando a un ritrovo di famiglia, Joan e Larry battibeccano su una serie di inezie, come probabilmente avvenuto mille volte nel corso della loro lunga vita matrimoniale. Arrivati alla porta, però, Larry aiuta Joan con tenerezza a nascondere il braccio con la prova delle cure chemioterapiche che lei non vuole rivelare a figli e parenti.

Poco dopo inaspettatamente è invece Larry ad andare all'altro mondo per primo (insidiosi salatini), ritrovandosi in un aldilà che è un gigantesco centro di smistamento per defunti verso il luogo dove vorranno decidere di passare l'eternità, ma non prima di essersi visto arrivare a ruota Joan, e aver fatto la conoscenza del di lei primo marito Luke, morto giovane in guerra e romanticamente in attesa della sua amata da ben 67 anni.

E la grande trovata brillante di Eternity di David Freyne – anche co-sceneggiatore con Patrick Cunnane – è proprio questo lussureggiante limbo a metà fra stazione ferroviaria, grande albergo e fiera del turismo: colorato, brulicante, saturo di stimoli e possibilità a portata di libero arbitrio ma nondimeno, ohibò, irreversibili.

L'idea di una organizzazione burocratizzata dell'aldilà non è di certo nuova cinematograficamente, ma di rado aveva raggiunto vette di tale (comico) materialismo, con attenzione a interessi e mode del tutto temporali: oltre a sempreverdi destinazioni come il mare o la montagna, infatti, si fanno strada mete specifiche come il mondo “bromance” o l'universo senza uomini (chiaramente sold out), oppure proposte sorprendenti come una Repubblica di Weimar garantita rigorosamente “Nazi-free”.

Inoltre, dato che nell'aldilà ognuno ha le sembianze del periodo terreno nel quale è stato più felice, ecco che Joan, Larry e Luke hanno quelle giovanili di Elizabeth Olsen, Miles Teller e Callum Turner, con la prima messa di fronte alla difficile decisione di passare l'eternità col compagno di una vita oppure col grande amore struggente interrotto nel pieno del suo fulgore. I personaggi risentono però di qualche debolezza in fase di scrittura e restano un po' indefiniti, con Joan che sembra trascinata per tutto il film dalle preferenze altrui e, in particolare, Luke a cui non bastano i consumi pornografici e qualche sperimentazione omoerotica a evitare l'effetto santino.

Più problematico ancora l'aspetto recitativo perché, se Olsen funziona pienamente nel ruolo, lo stesso non si può dire delle sue controparti maschili: Turner ha il giusto physique du rôle per la parte ma manca di espressività e qualsivoglia chimica con la sua partner cinematografica, quando la temperatura emotiva della loro relazione sarebbe sostanziale ai fini narrativi; Teller se la cava, ma lasciando in bocca il netto sentore che gli manchi quell'allure da eroe romantico “non certo perfetto ma che in fondo è quello giusto” che qualche primavera fa sarebbe stato interpretato con disinvoltura da un Seth Rogen o da un Ben Stiller.

Divertente, in molte trovate squisitamente originale, Eternity nella prima parte mette in scena anche l'intuizione esistenziale di come sia impossibile avere tutto, ovvero un amore duraturo (e quindi quotidiano) che si mantenga all'apogeo del romanticismo e della passionalità, e di come qualunque scelta personale non possa che comportare una perdita di sé.

Poi pian piano si intimidisce, quasi temesse di inquinare con la malinconia la sua natura di commedia, e si riconduce a mitissimi consigli borghesi: l'amour fou, come negarlo, è strutturalmente incontenibile e dunque nemico della struttura sociale. Che rientro repentino nelle regole, però. E che peccato nascere incendiari e morire pompieri.