Tra la vastità di storie che compongono la corposa mitologia tolkieniana legata al mondo di Arda, fin’ora solo le vicende riguardanti (in maniera più o meno diretta) il celebre anello del potere erano stati meritevoli di adattamenti audiovisivi da parte degli studios. Ora, a vant’anni dal trionfo cinematografico de Il signore degli anelli di Peter Jackson e il goffo tentativo di emularne la maestosità con l’adattamento de Lo Hobbit un decennio più tardi, New Line Cinema e Warner Bros. tornano a fare incursione nella Terra di mezzo attraverso un racconto collaterale.

L’irrinunciabile richiamo al brand di successo, inserito nel titolo per evidenti esigenze pragmatiche, non deve quindi trarre in inganno. Siamo in quegli stessi luoghi, ma ben lontani dalle lotte di resistenza alla tirannia di oscuri signori alla ricerca del potere assoluto. La guerra dei Rohirrim fa riferimento ad uno scontro che precede di circa duecento anni gli eventi portati sul grande schermo sino a questo momento, mantenendo con essi un legame geografico più che temporale.

Il nesso principale è con il film di Jackson datato 2002, Le due torri, secondo capitolo della sua prima trilogia, in cui il cineasta neozelandese ridefiniva i limiti del visibile cinematografico coreografando una delle più grandi sequenze di battaglia mai viste in un film: l’assalto del gigantesco esercito degli huruk-hai comandati dallo stregone Saruman alla fortezza del Fosso di Helm, tra gli ultimi baluardi per la specie umana nel corso della Guerra dell’Anello. Quella stessa fortezza torna ora scenario di un conflitto, meno rilevante in quanto a proporzioni ma anche e soprattutto in termini di pathos e, siamo pronti a scommetterci, impatto culturale sul cinema del futuro.

Fu lo stesso Tolkien, d'altronde, a narrare nel suo Silmarillion di opere la cui perfezione e bellezza erano tali da non poter essere replicate nemmeno dai loro stessi artefici. Quasi fossero stati colti da questa consapevolezza, dopo il risultato tutt’altro che entusiasmante del secondo ciclo di film legati all'anello, pare che gli artefici di questa nuova trasposizione abbiano abbandonato in partenza l’idea di una disperata ricerca dei fasti del passato. L’intuizione di riprodurre questo universo attraverso i tratti dell’animazione nipponica grazie alla regia di Kenji Kamiyama diventa, quindi, più un espediente per sottolineare l'estraneità del film al filone principale che una reale possibilità di espandere e riconfigurare l'immaginario audiovisivo derivante da Tolkien.

Il blando auspicio di ripercorrere la mitologia legata al reame di Rohan attraverso un eroe femminile (tanto per stare al passo coi tempi, ma anche in questo caso senza una vera ricerca della complessità), si risolve così in una serie di stucchevoli ammiccamenti che si sommano a delle gravi lacune tecniche. Su tutte lo straniante effetto generato dal contrasto fra il fotorealismo dei fondali e l'assenza di fluidità nei movimenti delle figure in rilievo.

Un esercizio affannato, che rinviene i propri pregi unicamente nel fascino insito nella materia di partenza, della quale conserva tratti identitari ma smarrendone colpevolmente gran parte della magia. In attesa dei progetti futuri, già annunciati e in fase di lavorazione, questo è quanto il cinema americano ha da offrire in relazione ad un filone che in passato ha saputo generare opere pregevoli e di inscalfibile successo. Un risultato mesto e interlocutorio, nella speranza di una nuova era.