Pare che la popstar Robbie Williams ci tenga molto a farci partecipi dei suoi intimi tormenti, a chiarire che la sua sbruffoneria sotto i riflettori sia sempre stata solo uno spleen esistenziale nascosto, e così, a poco più di un anno dalla miniserie documentaria distribuita su Netflix, arriva in sala anche Better Man di Michael Gracey, il biopic che racconta la sua storia.

Williams è senza dubbio in ottima e abbondante compagnia, dato che è parte fondante della celebrity culture odierna controllare le narrazioni che meglio propugnano il proprio mito, e dunque abituale che le star musicali si dedichino a sapienti incursioni nell'audiovisivo. Meglio ancora senza forzare troppo la mano sul tema del talento, argomento spinoso presso un pubblico piuttosto frustrato nella realizzazione di sé nella quotidianità, che potrebbe non prendere affatto bene le vanterie sulla vittoria di un'ingiusta lotteria genetica.

Molto più indicato, invece, puntare sui concetti di sforzo strenuo, perseveranza e resistenza alle difficoltà, tutti elementi che rendono subito più umani e stimolano empatia. In questo Better Man, dunque, troviamo Robbie bambino alle prese con le umiliazioni dei coetanei e il semi-abbandono da parte del padre, poi adolescente alla ricerca del successo come tentativo di riscatto, poi ancora nella consapevolezza dell'irreparabilità delle ferite tramite la fama e il relativo sprofondamento nelle droghe e nell'autodistruzione, e infine la rinascita col riequilibrio di sé e la ricomposizione dei suoi rapporti affettivi.

Con un soggetto così il film potrebbe risultare banalissimo, se non fosse nobilitato da due elementi fondamentali. Il primo è la felice trovata di far apparire Robbie sullo schermo come uno scimpanzé di dimensioni umane, che interagisce con gli attori in carne e ossa come nulla fosse: una scimmia con grandi occhi – vecchio espediente dell'animazione per suscitare tenerezza negli spettatori – e il realismo garantito dalla motion capture, coi sensori in grado di captare e tradurre digitalmente in fase post-produttiva i movimenti e le micro-espressioni dell'attore Jonno Davies.

Già, la scimmia: tipico animale da spettacolo circense (il regista peraltro aveva diretto The Greatest Showman), dispettosa per antonomasia e, in prospettiva antropocentrica, un po' goffa e triviale. Un perfetto espediente narrativo, curioso e originale al punto giusto, che sul piano pratico risolve in nuce la stranezza di far interpretare a un giovane attore il ruolo di un divo che attualmente non è né morto né quantomeno venerando.

Il secondo grande elemento che eleva Better Man è la prodigiosa regia di Michael Gracey, forse in grado di mostrare una nuova via al musical, genere cinematografico glorioso che con qualche eccezione – si veda di recente Wicked – fa fatica a farsi strada nei cuori del grande pubblico contemporaneo.

Gracey argomenta che al giorno d'oggi non basta saper far volteggiare la macchina da presa con grazia ballerina – il West Side Story di Steven Spielberg del 2021 è stato un clamoroso flop – ma, così come il cinema d'azione è vertiginoso e dopato dagli effetti speciali, perché non dovrebbe esserlo allo stesso modo anche il musical, genere per definizione dinamico e teso al senso di meraviglia? In tal senso Baz Luhrmann, australiano come Gracey, docet.

Così, con un ottimo dono per la sintesi espressiva, forse lascito della sua vasta esperienza nei videoclip e nella pubblicità, Gracey si profonde in una serie di mirabolanti sequenze in grado di condensare l'emotività di intere storyline nello spazio di una canzone e di una coreografia: l'adrenalina del (finto) piano sequenza che racconta ascesa e trionfo dei Take That nella durata del brano Rock DJ, con un inizio sul marciapiede come il video Wannabe delle Spice Girls e un finale trionfale di strade gremite proprio come in West Side Story; la disperazione senza speranza della corsa in auto allucinata di Come Undone; lo struggimento amoroso delle varie fasi della relazione con Nicole Appleton delle All Saints condensato nella scena del loro primo incontro idilliaco sulle note di She's the One, contrappuntata di dolorosi flashforward (resta poi da capire come mai nella miniserie il grande amore giovanile di Williams fosse Geri Halliwell ma, si sa, potere dello storytelling).