“Il futuro?

Esatto Pauline, è l’unica direzione in cui stiamo andando”.

È ciò che uno dei personaggi dice per convincere la moglie a comprare la casa. A breve, da quelle parti, costruiranno la pista per quella che sembra essere un'invenzione rivoluzionaria: l’aereo. E in fondo lui vuole essere un aviatore, anzi uno dei primi. Una coppia poi comprerà la stessa casa perché in dolce attesa e bisognosa di un tetto, qualcuno vi risiede già da tempo e qualcun altro invece non trova la forza di andarsene. C’è persino chi vive lì ma non ha una casa, eppure in quello stesso posto ha dato luce a un figlio e sepolto un’amante.

Here è la storia di un luogo, delle persone (e animali) che lo hanno attraversato e le tracce da loro lasciate nel corso degli anni, il tutto raccontato da un unico punto di vista. Zemeckis, qui al suo 22esimo lungometraggio, posiziona la macchina al centro del salotto e si impone di non muoverla più. Un’unica inquadratura che copre l’intera durata del film. D’altronde è lo stesso approccio adottato da Richard Maguire nell’omonimo fumetto su cui è basato, ma se su carta era un azzardo, al cinema potremmo azzardarci a definirlo esperimento.

Apparentemente, infatti, la scelta implicherebbe un’impostazione teatrale e l’azzeramento del montaggio, ma non è questo il caso. Tempo e spazio vengono scomposti e se da un lato assistiamo all’intrecciarsi di storie distanti anni e accomunate dallo stesso luogo, dall’altro, quell’unica porzione di mondo si riempie di “finestre”, piccole cornici che moltiplicano i punti di vista e fungono da catalizzatore per il nostro sguardo, guidandolo altrove.

Tutto avviene all’interno di una sola immagine e l’apparente assenza di montaggio ne è invece la sublimazione, laddove è proprio l’intervento sulla timeline (si pensi ai software di editing) a trasmetterci il senso del tempo, evidenziandone la manipolazione. Più che di un’unica inquadratura possiamo dunque parlare di uno sfondo, come fosse la carta di un album fotografico o il desktop dell’interfaccia Windows (già menzionata ai tempi del fumetto), che, frammentandosi, si riempie di altre inquadrature, organizzate tramite un montaggio interno. Anziché una sequenza di immagini, il film sembra un puzzle.

In questo senso Here evidenzia la parzialità del nostro sguardo. Dinanzi alla moltitudine siamo costretti a scegliere e inevitabilmente non potremo che cogliere solo una traccia della totalità. È tutto davanti a noi e dalla posizione privilegiata di spettatori si può pensare di avere il controllo di ciò che si vede, ma è un inganno. E se quei due che si baciano sul divano fossero osservati da qualcun altro? Se quel personaggio che parla da solo non stesse recitando un monologo? E se la stanza apparentemente vuota nascondesse invece un cadavere? Da questo punto di vista la “svolta” finale è esemplare nel rappresentare la nostra inevitabile ignoranza dinanzi a una piccola porzione di mondo, di cui riusciamo a cogliere solo dei pezzi.

Ancor di più, però, ciò che sorge spontaneo chiedersi è quando gli attori siano “reali” e quando invece “ritoccati”. La vera sfida verso il tempo e lo sguardo è infatti la scelta di ringiovanire l’intero cast sfruttando l’IA. Chiariamolo subito, c’è ancora molto su cui lavorare e nella maggior parte dei casi la plasticità dei volti è persino respingente, ma ciò che sorprende è la difficoltà percepita in quei pochi momenti in cui si fatica a stabilire se l’artificio sia assente o semplicemente riuscito, in cui l’inganno persiste e l’occhio è ancora in difetto.

D’altronde il regista ha sempre giocato con le nuove tecnologie, questa volta però sembra che il rapporto con il nuovo (o il futuro, che dir si voglia) sia tematizzato all’interno di una più ampia riflessione sul tempo. Non è un caso se tra i personaggi ci siano due inventori a loro modo rivoluzionari, un artista e l’uomo che desiderava volare. In questo senso il titolo assume una connotazione temporale, oltre che spaziale, e la posizione indicata (here/qui) rappresenta il presente di ognuno dei personaggi, ma soprattutto il nostro.

Il film sembra quindi invitarci a spostarci da “qui”, uscire di casa, consapevoli che la nostra conoscenza non è che una traccia di quanto ci resta da scoprire. In relazione al cinema la sperimentazione potrebbe essere vista allora come un primo tentativo e se non possiamo ancora definirlo un passo avanti, Zemeckis sta certamente puntando il dito fuori dalla porta. In fondo, c’è un’unica direzione in cui stiamo andando.