Through the darkness of future past, the magician longs to see.
One chance out between two worlds, fire walk with me!
Può bastare una frase a sintetizzare le tortuosità lugubri, le dissonanze, la tensione irrazionale e la prossimità emotiva racchiuse nel labirinto artistico di David Lynch? No, certo che non può. Ma le parole di (Killer) Bob possono aiutarci a trovare un punto d’inizio per elaborare un ricordo del suo cinema e lo stordente baluginio di suggestioni che esso contiene. Ci sono i grandi autori, pionieri e visionari, produttori di opere in grado di sedimentarsi nella cultura del loro tempo.
Poi, tra essi può capitare che ci siano persone come David Lynch, creativi totali, registi per cui un termine come “cinefilia” trova la propria ragione di esistenza e grado non solo di suscitare il consenso di un vasto pubblico, ma di instaurare con esso un rapporto che travalichi i limiti dell’ammirazione, per farsi qualcosa di intimo, quasi personale. A tal punto che nel trovarsi a parlare di David Lynch e della sua inestimabile creazione, non solo registica, sembra di fare riferimento a qualcosa di naturalmente insito nelle conoscenze di ognuno.
Le opere di Lynch sono dei punti di contatto tra autore e spettatore, sono degli inviti confidenziali a scrutare oltre il velo della realtà per misurarsi con la parte più oscura di quell’inland empire che è la mente umana. In tutto il processo di costruzione della sua personalissima estetica dell’incubo, Lynch ha esplorato gli anfratti reconditi dell’inconscio, sfidando la loro natura evanescente e rendendoli qualcosa di concreto quanto può esserlo un’immagine impressa su pellicola.
Ci ha stimolato a guardare nel lago nero delle nostre paure, indugiare su quegli abissi tenebrosi e accoglierli come una parte di noi. Lynch ci ha spinto a trovare il coraggio per sfidare gli orrori che si celano oltre le porte del “nulla”, restituendoceli con un senso di pacificazione entro i dolci confini di uno schermo cinematografico. E soprattutto lo ha fatto senza la supponenza di voler fornire risposte o soluzioni ai paradossi del mondo interiore, ma con la saggezza e generosità del maestro che suggerisce la vastità delle vie da percorrere lasciando che ognuno trovi da sé quella più consona.
In una filmografia in cui i capolavori si susseguono con continuità, titoli la cui importanza fa tremare le dita alla sola idea di batterli sulla tastiera, Lynch ha saputo declinare l’onirismo e il suo lato perturbante a filtro per la conoscenza dell’essere umano. Una costante ricerca di conciliazione tra la realtà vera e la realtà percepita, dimensioni separate da una linea sottilissima, in cui il suo sguardo si è insinuato per trovare una mediazione tra l’assurdità del mondo palpabile e il delirio spaventoso dell’ignoto.
Con il suo oscuro fascino, il cinema di David Lynch ci ha resi più consapevoli dei limiti entro cui si regola la percezione di noi stessi e attraverso il riconoscimento di tali limiti ci ha permesso di confrontarci con gli aspetti più profondi della nostra natura. Un effetto catartico di sterminata e terrificante bellezza per cui gli saremo sempre riconoscenti.
Per questo oggi lo piangiamo come si piange un amico con il quale abbiamo condiviso un percorso di crescita, con cui si sono percorse delle strade perdute che hanno colmato di avventura il nostro cuore selvaggio. Con la consolazione che quanto ci ha lasciato rimane un patrimonio dal valore infinito, che resterà per sempre a disposizione di chiunque voglia riscoprire il cinema come esperienza di amplificazione spirituale e cognitiva, ma anche strumento di connessione universale e chiave di liberazione.
Lynch se n’è andato chissà dove, ma tutto ciò che è stato per noi rimane nelle sue opere, insieme alla certezza che nessuno potrà prendere il suo posto. Alcuni potranno tentare di emularlo, altri potranno raccogliere la sua eredità e diventare a loro volta degli irrinunciabili compagni di viaggio, ma l’unicità di Lynch rimarrà inscalfibile nel tempo.
Un fuoco sempre vivo, che camminerà con noi ogni volta che chiuderemo gli occhi e sprofonderemo in noi stessi, contemplando il buio nell’attesa che le immagini racchiuse in esso inizino a prendere vita.