A colpire soprattutto di No Other Land è la perfetta simbiosi tra la crudezza di quello che mette in scena e la grande portata simbolica del dispositivo che utilizza per raccontare questa storia, vale a dire la cooperazione tra l’attivista palestinese Basel e il giornalista israeliano Yuval, uniti per denunciare l’ingiustizia perpetrata dall’esercito israeliano contro gli abitanti di Masafer Yatta, una zona collinare della Palestina via via sempre più sotto il controllo degli organi militari.
Il film, co-prodotto tra Palestina e Norvegia e diretto da un collettivo israelo-palestinese di cui fanno parte anche gli stessi Basel Adra e Yuval Abraham (accanto a loro Hamdan Ballal e Rachel Szor), si compone proprio del numeroso materiale video prodotto tra l’estate 2019 e l’ottobre 2023 relativamente alla distruzione dei villaggi palestinesi a Masafer Yatta. Le azioni dell’esercito per cacciare gli abitanti dei villaggi occupano una porzione consistente della narrazione e sono anche i momenti in cui l’ingiustizia si carica di una dimensione violenta che, data la veridicità di quello che viene messo in scena, è ancora più drammatica.
Intorno a questi momenti, che rappresentano l’apice emotivo del racconto, si sviluppano una serie di trame che coinvolgono vari personaggi e che hanno a che fare con le conseguenze che la violenza e la confusione hanno sulle famiglie palestinesi coinvolte. I momenti intimi tra i membri delle famiglie, in particolare da una prospettiva intergenerazionale, in cui i padri, madri e figli condividono attimi di affetto ma anche di preoccupazione, mettono l’attenzione su una dimensione umana e intima che, ancora una volta grazie all’autenticità del racconto, rifuggono qualsiasi rischio di retorica.
Ma a convincere soprattutto del film è la sua capacità di drammatizzare l’elemento che vi sta alla base in modo intelligente e non banale. Il fatto che questa pellicola nasca dalla collaborazione tra un attivista palestinese e un giornalista israeliano diventa materia di racconto nel momento in cui a Yuval, il giornalista, viene apertamente detto di non essere del tutto gradito nei villaggi palestinesi, in quanto israeliano.
Questo confronto diventa una lente attraverso cui leggere il film: la storia di un uomo, Yuval, che riconosce l’ingiustizia perpetrata dal suo Paese e decide di fare la sua parte per denunciarla. Sarà proprio lui, in una sequenza in macchina, a confidare a Basel di aver cambiato le proprie posizioni politiche e aver riconosciuto il sopruso nei confronti della Palestina dopo aver imparato la lingua dei palestinesi (“Imparare l’arabo ha cambiato le mie idee politiche”). Una storia di redenzione che è possibile grazie alla forza dei media, una delle armi della contemporaneità, che viene utilizzata dai protagonisti per documentare quanto accade a Masafer Yatta.
Pochi mesi fa un altro regista palestinese, Mohamed Jabaly, in Life Is Beautiful (2024) raccontava il potere che hanno le immagini in movimento per fissare nel tempo un evento, tramandarlo ai posteri e denunciare un’ingiustizia non ancora punibile. No Other Land rilancia nuovamente quell’idea e la amplifica, evitando di offrirci una visione limitata, ma anzi ribadendo come il potere dell’audiovisivo vada al di là dell’uso che ne facciamo e sia allo stesso tempo imprevedibile e apolitico.
Si fa cenno, infatti, a come anche Israele utilizzi i media – in questo caso la televisione – per fare disinformazione ai danni della popolazione palestinese. E gli studi televisivi diventano a loro volta campi di battaglia, luoghi di scontri in cui idee politiche si fronteggiano.
Questa idea, che permea No Other Land sin dai primi minuti, dimostra quanto l’immagine continui a essere un dispositivo potente e necessario, sulle cui implicazioni la narrazione cinematografica non può smettere di interrogarsi.