1983: Terry, un agente di mezza età dell’FBI, si trasferisce da New York in Idaho per sfuggire ai fantasmi di un caso finito male e per ricomporre i cocci di una vita che ha tutta l’aria di essere andata in frantumi. Qui, indagando su Aryan Nations, un'organizzazione sostenitrice del nazionalismo bianco, scopre che dietro a una serie di rapine in alcuni stati del Nordovest non ci sono semplici criminali ma una vera e propria formazione terroristica neo nazista. Il capo di questo gruppo è il giovane Bob, che vuole dar vita a una rivolta bianca e violenta contro la popolazione e le istituzioni. Nonostante la stanchezza e la disillusione Terry inizierà una ostinata caccia all’uomo per fermare il pericoloso piano di Bob.
Con The Order, presentato al Festival di Venezia 2024, il regista australiano Justin Kurzel si ispira a fatti realmente accaduti all’inizio degli anni ‘80, quando il leader di una frangia neonazista americana, Robert Matthews detto Bob, cercò di dichiarare guerra al governo federale degli Stati Uniti. Ma guardando al passato Kurzel parla evidentemente anche del presente americano, di quell’America rurale e periferica attraversata da lunghe strade che si snodano come serpenti fra la natura, nascondendo fra le proprie anse sacche di povertà, odio e rancore.
Ci racconta di una piccola cittadina in cui l’omertosa polizia sostiene che il crimine più grave sia pescare senza licenza, mentre poco lontano chi ha perso il lavoro e la dignità si aggrappa a ideologie suprematiste e neonaziste. Ritrae il potere di una figura carismatica che trasforma intolleranza e desiderio di riscatto in violenza esplosiva.
Figura carismatica interpretata nel film da Nicholas Hoult (nel 2024 anche fra i protagonisti di Giurato n. 2 di Clint Eastwood e Nosferatu di Robert Eggers) che veste i panni del giovane Bob, leader del gruppo terrorista. Hoult regala al suo personaggio uno sguardo febbrile e visionario e una caratterizzazione sfaccettata. Bob è al tempo stesso magnetico e introspettivo, naïf e determinato: vuole passare dalla parola all’azione pur conoscendone i rischi, arringa la folla, fa convivere moglie e amante, con uno sparuto manipolo di seguaci organizza rapine, stampa soldi falsi, realizza ordigni esplosivi e infine scrive il proprio testamento da eroe. In nome di un unico sogno: dichiarare guerra all’America.
Dalla parte opposta dei rivoluzionari Jude Law - che oltre a essere protagonista del film ne è produttore, insieme al regista - ci regala un’ottima prova attoriale, recitando per sottrazione e dando vita a un agente Fbi stanco, provato dalla vita e soprattutto dal lavoro che lo ha messo a contatto con dosi massicce di violenza.
Terry ha una famiglia che sembra appartenere più al passato che al presente, una ex collega che teme per la sua salute, un corpo segnato da sangue e cicatrici. Eppure questo incarico nell’America profonda - dove la natura ancora così viva e totalizzante convive con la violenza e l’odio umano - risveglia in lui la necessità di proteggere tutto ciò che vede brutalmente minacciato: le persone, gli ideali, le istituzioni.
E proprio di lotta alle istituzioni si parla nel romanzo fantapolitico The Turner diaries scritto da William Luther Pierce nel 1978 - a cui Robert Matthews si ispirava apertamente - divenuto una sorta di bibbia per le azioni di vari gruppi suprematisti americani che si sono succeduti da allora fino ai giorni nostri (da Oklahoma City a Capitol Hill) e non tanto lontano dalla distopia del recente Civil War di Alex Garland.
L’autore del libro (tradotto in Italia da Bietti proprio col titolo La seconda guerra civile americana) immagina infatti una rivolta globale in cui tutte le persone non bianche e alcune istituzioni nazionali (a partire da Israele) vengono giustiziate tramite esecuzioni di massa per dar vita a una nuova società abitata esclusivamente dalla razza ariana.
La fotografia di Adam Arkapaw (che ci riporta ad alcune sue immagini di True Detective) ritrae interni semibui, bar e uffici in cui le figure si confondono dentro atmosfere pastose, o ambienti saturi di luce fumosa che filtra dalle finestre nei toni dell’arancione, richiamando consistenza e colori della scena finale. Penombre che contrastano coi luminosi esterni nella natura, dove la luce e l’aria cristallina di boschi e montagne definiscono con precisione e nettezza i contorni delle cose: l’acqua limpida dei laghi, il cervo maestoso e incurante della presenza umana, il sangue di un collega che muore sulla strada.
Kurzel usa il genere poliziesco per mettere in scena una caccia all’uomo incalzante, fatta di azione e assenza di retorica, che riesce però al tempo stesso a ritrarre i due protagonisti in modo efficace, scavando a fondo nelle loro fragilità e mettendo a fuoco, con la precisione di un mirino, le loro personalità. Oltre a usare fatti del passato come monito per la situazione politica attuale, il film pare essere anche una riflessione sullo spirito americano e sulle sue infinite contraddizioni.
Bob e Terry sono politicamente e moralmente agli antipodi, uno custode e l’altro minaccia alle istituzioni democratiche, ma alla fine paiono - in una dinamica che omaggia il cinema di Michael Mann - le facce opposte di una stessa medaglia. Si riconoscono senza conoscersi, si risparmiano a vicenda, forse consapevoli di essere portatori di una violenza che, per scelta o per lavoro, è diventata il loro destino.
E proprio nelle azioni mancate - Bob che non uccide Terry quando ne ha l’occasione, Terry che non spara a Bob pur consapevole della fine, le parole non dette alla moglie dell’agente ucciso, il finale ciminiano con lo sparo al cervo che rimane in canna - risiede forse la forza e la lettura più interessante del film di Kurzel. Mentre racconta una parte di America, lo stesso regista riconosce la complessità, l’ambiguità e l’inafferrabilità del tema che sta affrontando.
“Un grande paese - dice nel film il conduttore radiofonico di origine ebree Alan Berg, barbaramente ucciso nel 1984 proprio dalla banda di Matthews - ma siamo ancora intrappolati nelle nostre menti”.