C'è una grandiosa superstar, Alfred Moretti, che ha deciso di tornare con un nuovo album dopo aver sconvolto la scena musicale degli anni '90 ed essere misteriosamente sparito da allora; e c'è una giovane giornalista talentuosa, Ariel Ecton, lasciata sistematicamente in panchina da un capo borioso che le ruba le idee migliori per affidarle ad altri. Quando gli ultimi due vengono convocati da Moretti nella sua amena magione dispersa nella natura, parte della ristrettissima élite destinata ad ascoltare in anteprima le sue nuove canzoni, a lei sembra l'occasione della vita. Ma sarà l'unica a mantenere un briciolo di lucidità quando i fatti prenderanno una piega sempre più anomala.

Opus – Venera la tua stella di Mark Anthony Green arriva sotto l'egida della A24, fortunatissima (e illuminatissima nel cogliere lo spirito del tempo) casa di produzione, e sembra un compendio dei suoi abituali stilemi una volta prosciugati di autentica creatività e diventati maniera: una quota di stravaganza burocraticamente predefinita, un approccio alla messinscena effetto wunderkammer per lo spettatore, elementi di body bizarre per occhieggiare sia all'horror che alla commedia nera, dialoghi verbosi e pseudo-esistenziali, eroi protagonisti sottostimati/vessati/rifiutati dai propri consimili e in cerca di riscatto, un sottotesto il meno velato possibile di critica sociale alla contemporaneità.

Qui nella fattispecie lo sbeffeggio è alla celebrity culture odierna, che induce i fan a una vera e propria idolatria religiosa verso i divi più amati, e l'intellighènzia a una sorta di riverenza acritica nei loro confronti: Opus si struttura su una progressione di strani eventi che occorrono a un manipolo di giornalisti e influencer, ospitati dalla star Moretti e da lui privati del cellulare, che hanno consegnato senza battere ciglio, e che ad eccezione di Ariel  – guardacaso giovane, donna, afroamericana e senza potere – continuano insistentemente a non nutrire alcun sospetto.

È una riflessione che spara nel mucchio e non aggiunge alcunché di originale al tema: dallo sceneggiatore e regista esordiente Green, già firma di GQ e dunque insider di certi selezionatissimi ambienti, era lecito aspettarsi qualcosa di più sottile. Inoltre, in un thriller nel quale a un terzo dello svolgimento è già chiaro a tutti dove si stia andando a parare (nessun colpo di coda alla Midsommar – Il villaggio dei dannati), sarebbe auspicabile puntare quantomeno sull'originalità dello svolgimento e sulla seduzione dell'universo finzionale.

Il maggior difetto di Opus però, più della prevedibilità, è proprio l'incapacità di rendere mitopoietico il carisma della star Alfred Moretti, giustificando quindi la fascinazione del suo culto. Pur giovandosi del magnetismo indiscutibile di John Malkovich (da sempre più basato sullo sguardo che sulle movenze, come dimostra una malriuscita scena danzereccia – perché allora non un'altra soluzione narrativa?) la “leggenda vivente” resta solo nelle battute pronunciate degli altri personaggi. Sullo schermo sembra di vedere piuttosto un pallido succedaneo del colonnello Kurtz, con molti più glitter, che purtroppo non ce l'ha fatta.