Polvere di stelle, ma non fatata come i costumi alati e scintillanti delle soubrette di Las Vegas, città del peccato e dell’effimero, plastico in scala umana di illusioni e contraddizioni statunitensi, parco a tema di imperitura fede capitalistica. Non altrettanto eterne le sue star, neppure qui, nei rigurgiti del fastoso divismo di massa decantato da Gloria Swanson/Norma Desmond, con la vacua consunzione di nudità statuarie, piume, perle e lustrini che possono sconfinare nella leggenda, ma nel sentore dell’epitaffio.
In The Last Showgirl di Gia Coppola, nipote di Francis Ford, è la ballerina professionista Shelley Gardner a calcare il viale del tramonto del classico di Billy Wilder (rievocato con la figura di Salomè), una cinquantasettenne étoile in tacchi alti e strass dello storico varietà Le Razzle Dazzle, licenziata in tronco con le colleghe meno veterane per la chiusura dello spettacolo, ormai stantio e destinato a essere soppiantato da un circo. Ne consegue il lutto interiore per lo sradicamento dal proprio passato, nella minaccia di un futuro incerto.
Per incarnare questa bellezza vulnerabile ma ancora aggraziata e volitiva, ennesima sagoma biondo platino dell’American Dream, la regista convoca Pamela Anderson, lanciata negli anni Novanta come maggiorata di Baywatch e cover girl di “Playboy”, qui in una maturità anagrafica che è appropriazione di sensibilità recitativa, in una cucitura personale tra diegesi e interprete che, prima ancora della visione, si consegna nel decadente fulgore di una semibiografia in filigrana.
Come The Substance, Maria, Babygirl, anche The Last Showgirl iscrive il vissuto e la carriera di un’attrice nella drammatizzazione del personaggio, sfuma le rispettive ferite dello sfiorire del tempo, dell’idolatria della giovinezza nello show business, della volubilità dell’esposizione mediatica; rincara la potenza allegorica delle immagini sovrapposte, mai del tutto coincidenti ma sempre penetranti nella frizione tra arte e vita.
Gia Coppola, qui al terzo lungometraggio, cesella, con un carezzevole touch, il ritratto di una femminilità infranta, non di una diva (come le sopraccitate opere con Demi Moore, Angelina Jolie e Nicole Kidman), ma di un’icona senza fissa dimora, comprimaria in una fortunata serie TV, fotomodella vampirizzata dal desiderio maschile, protagonista dei rotocalchi, vittima di un sex tape scandal che ha ispirato una miniserie di Craig Gillespie, Pam & Tommy, disconosciuta dalla Anderson.
Da tale eclettica e precaria erranza nell’immaginario d’epoca si estrapola non l’ultimo giro di valzer di un corpo logorato e resiliente, di un talento reciso da Hollywood e dintorni, sul solco di The Wrestler di Darren Aronofsky, ma il turbinio di uno scavo intimistico su un volto di donna e sulla sua identificazione, tradotto dalla cinepresa a mano nella sarabanda dietro le quinte.
The show must go off, attraverso i primi piani scrutanti con affettuoso pudore: quelli grotteschi che aprono e chiudono il film in melanconica circolarità e quelli, generosissimi, di Pamela dal look slavato antiglamour. E se The Last Showgirl richiama Glorifying the American Girl, pellicola del 1929 su una Ziegfeld dancer, qui Coppola e Anderson si aggirano nel diniego dell’artificioso mito della sex symbol, che è certificazione di una rinnovata, liberatoria rivendicazione femminile.
Al di là della rifinitura critica della forma dell’interprete, si avverte la labilità del contesto, avulso da un discorso sociologico sulla fisicità ipertrofica di valori estetici; neppure la coralità dei ruoli secondari riesce a far defluire The Last Showgirl nel più ampio respiro dell’affresco crepuscolare di una nazione controversa, laccata ma impoverita. Restano solo frammenti della città, scorci di nonluoghi, tra parcheggi e skyline, contro la predilezione famigliare di Las Vegas come teatro di astrattezza, dalla fantasticheria pirotecnica di Un sogno lungo un giorno di Francis Ford Coppola allo sperpero ovattato e monocorde del gioco d’azzardo in Somewhere di Sofia, zia della regista.
Compattato da sequenze giustapposte con un andirivieni di pieni e vuoti narrativi, senza l’acuta marginalità di sguardo à la Sean Baker, né la polifonia di voci nel canto del cigno di una civiltà (vedi Radio America di Robert Altman), The Last Showgirl si conserva come documentario sulla nascita di un’attrice d’autore in fieri (già impegnata nei progetti di Karim Aïnouz e Kornél Mundruczó), come atto di dolcezza non commiserevole per i bagliori (quasi sempre fuori scena) della ribalta, in quella sovrastante e incommensurabile passione per l’arte che Gia Coppola omaggia citando Scarpette rosse di Powell e Pressburger, capolavoro-feticcio del nonno maestro.