Ti investirò
E sì che ho perso ogni merito
Mi includerai mai
Nell'inferno in cui vivi tu?
Puzzle, Verdena
“Ha paura?” è la domanda che, dopo aver perduto la sua compagna Euridice, si sente rivolgere un poeta tormentato dai sensi di colpa di nome Orfeo. Al cantore, sospeso tra la noia e il malessere, perché ha smarrito le capacità conoscitive e rivelatrici, talmente soffocato dall’assoluta impossibilità di rinnovare il suo verbo, parla un angelo travestito da vetraio di nome Heurtebise. Le due mani davanti a sé, avvolte dai guanti dimenticati da una “giovane bellissima in abito da ballo rosa acceso e mantello di pelliccia” di nome Morte – il non plus ultra dell’eleganza, come descritta dal suo autore –, Orfeo segue le istruzioni di Heurtebise.
Ora, è bene precisare un fatto, che sarebbe comunque chiarito successivamente. Heurtebise, pur conservando le sembianze dell’amico stretto di Euridice, non è un angelo nel vero senso della parola. Semmai, ricalcando la figura di Aristeo del mito originario, è un essere che si divide tra due mondi. Dentro e fuori, reale e immaginario, passato e futuro, comunicabile e inesprimibile, vita e morte coesistono, cessando di essere a un tratto contraddittori. Ecco, Heurtebise, senza appartenere né all’uno né all’altro, diventa necessario a entrambi gli universi. Diventando al contempo garante e mediatore della discesa di Orfeo negli Inferi.
Il mezzo tramite il quale, superato il confine, segna il momento che permette al poeta di ottenere la piena consapevolezza. La scena si conclude con l’inevitabile catabasi, possibile grazie allo specchio davanti al quale Heurtebise confessa al poeta di vedere un uomo infelice. “Non importa tanto comprendere, quanto credere”, teorizza il vetraio, prima della miracolosa unione tra le mani del poeta e la dolce superficie del mobile, fendendolo come fosse semplicemente acqua.
È in un clima modellato dalle profonde angosce del suo creatore che nacque la tragedia Orfeo (1925), nella quale Jean Cocteau, gettato nella disperazione dalla morte dell’amico Raymond Radiguet, avvenuta due anni prima, riversò tutte le sue ossessioni intellettuali, trasportandole nella contemporaneità sublimata dal cinema nel successivo adattamento, interpretato da Jean Marais e François Périer.
Ed è in un clima di ubriaca pazzia e insieme di stupefacente purezza, plasmato da un altro evento – evitato con cura fino alla sua definitiva pubblicazione del 1985, ma menzionato sullo schermo, anticipando lo struggente finale di questa pellicola –, ovvero l’uccisione della moglie Joan Vollmer, che si inserisce Queer nella produzione letteraria di William S. Burroughs. Apparso, durante la sua stesura, al padre della Beat Generation Jack Kerouac come “un genio folle in un appartamento pieno di spazzatura”, Burroughs scrisse Queer subito dopo aver dato alle stampe La scimmia sulla schiena, immaginando per la prima volta un futuro letterario.
Eppure, a prima vista, sembra soltanto un lavoro raffazzonato e imperscrutabile, rimasto per più di trent’anni nell’oscurità. Tuttavia, approfondendone i presupposti, profondamente autobiografico e precursore di tutto ciò che sarebbe seguito, a partire dal sordido e perentorio Pasto nudo, tradotto sullo schermo dal solo David Cronenberg, ora in sala con The Shrouds – Segreti sepolti. Finché quello stesso paradossale libro non capitò tra le mani di un ragazzo di diciassette anni di nome Luca Guadagnino.
È il 1950. William Lee è un americano sulla soglia dei cinquanta espatriato a Città del Messico – interamente ricostruita a Cinecittà; scenografie di Stefano Baisi, all’esordio nel cinema, dopo aver lavorato nello studio di Interior Design avviato e strutturato dallo stesso Guadagnino. Ha la faccia devastata e viziosa di un anziano, anche se gli occhi verde chiaro dicono altro, sognanti e innocenti. Lee trascorre le sue giornate pressoché in completa e oziosa solitudine. L’incontro con il giovane Eugene Allerton, uno studente – o forse una spia? – appena arrivato sul posto, gli concederà per la prima volta l’opportunità di stabilire finalmente una connessione intima con qualcuno.
“How can a man who sees and feels be other sad?” (“Come può un uomo in grado sia di vedere sia di sentire non essere che triste?”) si interrogava Burroughs, aggiungendo un ultimo frammento nel suo diario prima di morire, nel 1997. E oggi, dopo l’adrenalinico Challengers, delle cui atmosfere elettrizzanti non siamo ancora del tutto sazi, Guadagnino con Queer – accolto ingiustamente con una certa freddezza all’ultimo Festival di Venezia – realizza, azionandosi insieme allo sceneggiatore Justin Kuritzkes proprio a partire da tale domanda, il suo film più sincero e personale.
Un ibrido che si pone a metà, non senza una dose di incoscienza lynchiana, tra l’omaggio al testo portante della sua giovinezza e la totale demolizione della sua struttura lisergica, dimostrando che è possibile separare la vita dalla scrittura. Oltrepassando quindi la biografia e la lunga ombra nera incombente su qualsiasi successo Burroughs avesse potuto ottenere, Guadagnino ha preferito, a buon diritto, concentrare la sua attenzione sull’effettiva essenza del romanzo, esile e sfuggente, rivestendolo di una luce nuova e abbagliante: la drammatizzazione del desiderio.
Se l’anno scorso la tensione cumulatasi quindici dopo quindici in Challengers – ispirato da una ben più importante partita, affatto amichevole, cioè la finale dello US Open 2018 vinta da Naomi Osaka contro Serena Williams – si risolveva, nell’ultimo atto, grazie a un furtivo scambio di sorrisi tra Patrick e Art, anche Queer ruota intorno al tema della telepatia. Anche se portato ai limiti dell’esasperazione, seppur studiato nella sua luttuosa sofisticatezza, attraverso il viaggio intrapreso nei meandri della foresta ecuadoregna da due uomini alla deriva, il legame tra la ricerca dello yage e l’amore tra Lee e Allerton si mostra in tutta la sua ambizione e potenza, comunicando spiritualmente, tra tanti modelli, con l’Orfeo di Jean Cocteau.
Una personalità non solo abilissima nella sua finezza a rialimentare in chiave moderna il mito, ma anche impegnata nell’impossibile missione di conciliare ciò che siamo e ciò che vorremmo diventare, anche se non c’assumiamo davvero il rischio d’un coraggio che spesso preferiamo un po’ deliberatamente, un po’ involontariamente, non assumere.
Così si comprende l’impellente esigenza in Lee di tendere, dentro il buio offerto dal teatro in cui si ritroveranno Marais e Périer, ma al riparo dai problemi del mondo, di tendere il proprio corpo segnato verso quello slanciato dell’amante, assorto nella visione del film. Così si spiega, imitando la cieca fame di un verme, lo sforzo di respirare con i suoi polmoni, di vedere con i suoi occhi, di avvertire con le sue viscere. Infliggendosi ciò che nel romanzo verrà così definita: “una lussazione dello spirito”. Queer è un’opera di una sconcertante lucidità, diretta da un regista di straordinaria prolificità cui si augura di non aver già raggiunto il culmine della propria espressività.
Due ulteriori, ma necessarie note di merito. William Lee è interpretato da Daniel Craig, superlativo nel suo sbarazzarsi senz’esitazioni dei panni del divo cui eravamo finora abituati – Lee incespica e urta contro le cose; è spesso esausto, impacciato, addirittura febbricitante, preso talmente dalla difficile impresa di catturare la curiosità dell’uomo dei suoi sogni. Donando al suo protagonista un’aria talmente malinconica da richiamare alla memoria il console Geoffrey Firmin, un altro povero diavolo esiliato in uno sperduto Messico, impersonato da Albert Finney in Sotto il vulcano di John Huston (1984), tratto dall’autobiografico e magniloquente romanzo di Malcolm Lowry.
In conclusione, l’ennesima collaborazione tra i due Premi Oscar Trent Reznor e Atticus Ross, colonne stabili dei Nine Inch Nails e collaboratori di Guadagnino dai tempi del sottovalutato Bones and All (2022). Qui, autori di una colonna sonora affascinante ed evocativa, in cui convivono impunemente sia i suoni campionati emergenti dalle delicate combinazioni tra il piano e i fiati, sia il timbro e la consistenza dei sintetizzatori, sia brani contemporanei di artisti quali Nirvana, Sinéad O’Connor, Verdena e New Order che amplificano a dismisura la portata emotiva delle vicende raccontate.
Fino all’epilogo, nel quale la relazione tra Lee e Allerton compie il suo ultimo giro, inoltrandosi in un territorio al di sopra sia dei vivi sia dell’aldilà: la splendida Vaster Than Empires, dove le parole di Burroughs sopra riportate vengono esaltate dalla commovente pienezza dalla voce di Caetano Veloso.