Dalle scazzottate tra i grattacieli di Hong Kong del The Prosecutor di Donnie Yen fino ai ritmi ponderati di Teki Cometh del maestro giapponese Yoshida Daihachi, la ventisettesima edizione del Far East Film Festival di Udine, ha offerto uno spaccato estremamente eterogeneo del cinema dell’estremo oriente. Come ogni anno il festival è un’oasi per i film di genere, dagli horror, agli action, fino agli yakuza movie, dai prodotti più commerciali, fino a lavori marcatamente autoriali, senza contare i numerosi restauri. L’edizione di quest’anno ha raccolto le opere più svariate, ma sulla gran parte aleggiava una certa inquietudine, un senso di fine, forse condizionato dal momento storico-politico e anche da un’industria che, dopo il Covid, non si è mai ripresa completamente.
A sorprendere di più sono stati soprattutto i film cinesi con una grande freschezza anche dal punto di vista formale. Sicuramente una delle opere più affascinanti della selezione è My Friend An Delie, esordio alla regia dell’affermato attore cinese Dong Zijian. Solido ed esteticamente raffinato il film mette Li Mo, il protagonista, faccia a faccia con il suo passato, di fronte a ricordi scabrosi che avrebbe preferito dimenticare, ma che improvvisamente gli ripiombano davanti, incarnati nella figura di un suo amico di infanzia, An Delie. L’atmosfera è densa, segnata dalla fotografia tagliente e dai colori saturi del ricordo che si scontrano con un presente glaciale, letteralmente.
Il film, tratto dal romanzo omonimo di Shang Xuetao, ha anche intense sfumature politiche legate alla pressione ideologica che in Cina viene rovesciata sugli studenti e di cui An Delie e Li Mo sono entrambi vittime in maniera differente. An Delie è un personaggio affascinante, un anarchico già dalle elementari che smaschera l’ipocrisia dell’autorità e risponde alle punizioni con una risata di sincero divertimento. Per questi motivi viene completamente isolato da tutti i compagni fuorché Li Mo. È un corpo estraneo che va espulso dalla società per la sua incapacità di adattarvisi, un tumore maligno che la cieca ideologia dell’eccellenza e del dovere prima di tutto non può assolutamente sopportare.
Dalla Cina sono numerosi i film che raccontano questa insofferenza: il peso di esigenze sociali sempre più insostenibili. Quello che spicca di più è senza dubbio Her Story di Shao Yhui, una regista che si sta affermando faticosamente, ma con successo, in un panorama dominato da uomini. Her Story ha un’indole pacata e discorsiva che ricorda la recente trilogia di Dag Johan Haugerud, ma con una spigliata e ironica verve politica intrisa di un femminismo militante.
Allo stesso tempo Her Story, attraverso le vicende di Wang Tiemei, la figlia Wang Moli e la stralunata Elaine Zhong, racconta il diritto alla “resa incondizionata”, per citare il nome della band in cui canta Elaine: in un mondo che pretende l’eccellenza è dignitoso anche decidere di stare in mezzo al pubblico. Nei fitti e divertenti dialoghi che compongono come un’intricata tela Her Story, le protagoniste e i diversi uomini che passano loro accanto decostruiscono, picconata dopo picconata, il dominio maschile svelandone le debolezze e fragilità. Eppure, alla fine, si viene travolti da un senso di impotenza e disillusione, dalla consapevolezza che c’è ancora molto da lavorare.
Quasi complementare a Her Story, Like a Rolling Stone di Yin Lichuan, un’altra regista in rampa di lancio, racconta un’altra faccia del femminismo. Mentre le donne del primo film sono già coscienti e emancipate, la protagonista di Like a Rolling Stone invece è pienamente prigioniera del patriarcato, vive sulla sua pelle ciò che Wang Tiemei e Elaine Zhong deridono a cena. Li Hong, infatti, passa dalla violenza del padre a quella del marito in maniera continuativa, come un oggetto la cui funzione è essenzialmente quella di tenere a posto la casa e badare ad eventuali figli. La regista ha la capacità di raccontare lucidamene cosa significhi vivere all’interno di una prigione ideologica di cui si percepisce il senso di ingiustizia, ma contro la quale non si hanno i mezzi per combattere, né linguistici, né tantomeno economici.
Mentre in Her Story è tutto concettualizzato, sviscerato con dovizia di particolari e con lucidità, persino dalla spigliatissima Wang Moli, in Like a Rolling Stone lo sfruttamento è l’elefante nella stanza che tutte le donne percepiscono, ma che solo poche riescono realmente a vedere, pagando questa consapevolezza con l’esclusione e il pregiudizio.
Poco per volta la pietra rotolante Li Hong prende velocità. Man mano che le frustrazioni aumentano, che le vessazione del marito si fanno insopportabili, la protagonista si sovraccarica fino all’esplosione. Fino all’abbandono nichilistico della società, ad una fuga in macchina, raccontataci comunque già all’inizio, che sa di sconfitta: una soluzione individualistica ad un problema sistemico e quindi collettivo. Un vero e proprio rifiuto, una porta in faccia all’intera cultura cinese fondata sulla cooperazione, ma anche una resa di fronte all’impossibilità di una vera rivoluzione.
Come abbiamo già potuto vedere nelle nostre sale con il capolavoro di Jia Zhangke Generazione Romantica, il cinema cinese, nonostante la crisi del settore e le ingerenze del governo, è quanto mai vivo e stimolante, sia artisticamente che politicamente.