Bird rappresenta un momento cruciale nel percorso autoriale di Andrea Arnold, dal momento che segna una nuova direzione nella sua esplorazione delle relazioni post-umane. In Cow (2021) la cineasta aveva già attribuito protagonismo a un non-umano, ma è la prima volta che accade in modo così centrale in una sua opera di finzione. Il titolo stesso mette in evidenza questo focus e riflette una connessione e un potenziale rapporto trasformativo tra umani e non umani.
Il cinema di Andrea Arnold, immerso in un contesto “stray”, incoraggia lo spettatore a riconoscere il proprio stato liminale (nello specifico il vagabondaggio tra umanità e animalità) e invita a coltivare un’etica radicata nelle relazioni e nella vulnerabilità condivisa.
In ambito accademico, la filmografia della cineasta alimenta discussioni teoriche sul post-umanesimo, in particolare sulla decostruzione delle gerarchie tra le specie e sulla necessità di adottare una prospettiva ecologica che trascenda i dualismi tradizionali, promuovendo una convivenza più rispettosa e interconnessa.
La teoria di Julia Kristeva sullo “stray”, sviluppata successivamente da Barbara Creed, implica un significato etimologico ed etico, riferendosi a chi si allontana dal percorso abituale, viene abbandonato, respinto o si trova in uno stato di vagabondaggio, oscillando tra umanità e animalità, cultura e natura. Si tratta di un’etica che riconosce la connessione e l’interdipendenza tra le specie, supera le gerarchie e le separazioni antropocentriche.
Non è una novità che la cineasta proponga una visione di etica post-umana basata su una cura condivisa e su una famigliarità libera e inclusiva. Come altre opere di Arnold, “Bird” rappresenta lo “stray” attraverso umani e non-umani abbandonati, in difficoltà, emarginati, stanziati in luoghi marginali, spazi di precarietà e degrado che, allo stesso tempo, offrono opportunità di trasformazione e resistenza. In particolare, il personaggio Bird, il quale dà il titolo al film, porta con sé una promessa, una speranza di cambiamento che potrebbe rimodellare il destino della giovane protagonista Bailey.
Solitario, strambo, vagabondo e senzatetto, Bird incarna perfettamente il prototipo di personaggio “stray”. Presentandosi a Bailey come un’apparizione all’alba di un bellissimo nuovo giorno, i due iniziano presto a trascorrere del tempo insieme, accomunati dall’incertezza identitaria e dal conflitto con i legami familiari. Se Bird cerca la sua famiglia d’origine, Bailey vive un forte disagio a causa dell’imminente matrimonio del padre, col quale vive in un palazzo occupato abusivamente.
In realtà, il disagio di Bailey è più complesso e si collega alla fase della pubertà che sta attraversando. Si sente intrappolata in una gabbia, è confusa e incerta sui suoi desideri. Inoltre, vive con timore i rapporti con la famiglia allargata, e il comportamento violento del compagno della madre non aiuta ad alleviare il senso di insicurezza.
Prendo in considerazione alcuni momenti narrativi per approfondire tematiche e riflessioni che ho fin qui selezionato e proposto. La sequenza d’apertura, per esempio, mostra Bailey che riprende con lo smartphone un uccello che vola nel cielo. L’inquadratura è una semi-soggettiva, non viene ancora rivelato un autentico sguardo della protagonista sul mondo ma si intuisce il desiderio di guardare oltre la ringhiera che limita la libertà di esplorazione visiva. Riposto il cellulare in tasca, Bailey osserva con evidente inadeguatezza due coetanee (l’umano).
Successivamente, la visione di un gabbiano davanti a lei la rasserena. Il primo incontro ravvicinato tra la giovane e un animale è un’attrazione che ha molto a che fare con il senso di appartenenza e il riconoscersi come simili. L’incanto viene spezzato dall’arrivo del padre che la riporta a casa, una gabbia che la giovane prova a trasformare nel suo habitat naturale, proiettando sui muri video realizzati con il cellulare: cieli, uccelli in volo, Bird.
L'incontro tra la protagonista e Bird è preceduto da quello con un cavallo, che lecca la camera del cellulare della ragazzina. Questo gesto si trasforma in una soggettiva, rendendo il cellulare stesso uno strumento di percezione. Il momento acquisisce un forte livello di fotogenia, dal momento che, come ha osservato l'accademica Antonia Lant in merito alla filmografia di Arnold, si crea un registro di percezione alternativo e intelligente, “attraverso una modalità affettiva che si relaziona all’ottica rivelatrice della macchina da presa”. Lant nota quanto la cineasta sfidi i limiti fisici del medium cinematografico, al fine di scavare profondamente nell’interiorità dei personaggi, cercando di accedere ai loro pensieri e ai loro sentimenti.
Bailey e Bird, fin dalla sequenza del primo incontro, condividono il desiderio di appartenenza. Dalla figura intera al primo piano, Bird è accarezzato dalla luce del sole, il suo corpo danza e non incute alcun timore, al contrario delle forme di violenza a cui Bailey è abituata ad assistere nella povera periferia del Kent.
In particolare, il blocking dell’attore che interpreta Bird favorisce una composizione che colloca il personaggio in una dimensione celestiale. Se Franz Rogowski recita in esterni, la sua figura dialoga quasi sempre con il cielo e indirizza lo sguardo di Bailey verso l’alto: un luogo interiore nel quale sperimentare la loro natura, svelare la loro specie.
Durante il corso della pellicola i due esplorano il loro legame e riflettono sull’importanza di essere riconosciuti e tutelati. La tutela di Bird nei confronti di Bailey è così intensa da spingerlo a compiere un gesto estremo nei confronti del violento compagno della madre di lei, rivelando così la sua natura mostruosa - nel senso sia orrorifico che più stratificato del termine - orientando la scena verso codici tipici del genere fantasy.
La regia di Arnold, dunque, potenzia un’evocazione ultra-sensoriale che coinvolge il rapporto tra i personaggi e l'ambiente, tra il corporeo e il virtuale, tra la cruda realtà e la poesia del fantastico, favorendo un’esperienza di “straying” che coinvolge lo spettatore in un’erranza capace di autodeterminare la protagonista in uno stadio non-umano.
Infatti, nella sequenza finale anche Bailey vive una trasfigurazione, rappresentata simbolicamente attraverso una specifica parte del suo corpo che si fa carico di una nuova prospettiva sul mondo e un nuovo punto di partenza per la sua formazione. Bailey, dopo un ultimo saluto non-umano con Bird, viene raggiunta da una volpe che quasi le dà il benvenuto con felicità. In questa sequenza emerge un’interdipendenza tra le specie e una convivenza rispettosa, in cui tutti partecipano a una festa che unisce il reale e l’immaginifico, in nome di un’universalità che include tutti i presenti in una grande famiglia.
“Andrà tutto bene”, mentre si canta al karaoke una canzone dei Blur che risuona come un inno antigerarchico: “Yes, the universal’s here. Here for everyone”.