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“Bird” oltre i margini dell’esistenza  

Bird è costantemente contro tempo e contro tendenza, nella sua doppia natura di oggetto sfuggente e scordato, accattivante nell’estetica ma non per questo totalmente schiacciato alle logiche del cinema americano indipendente: lo potremmo definire un tourbillon de vie al ritmo baldanzoso del brit-pop, più che un semplice esempio di arthouse di facciata. Il film corre, si muove insieme a Bailey, slitta e strepita, divaga e sfonda i limiti dell’inquadratura.

“Bird” allo stato post-umano

Il cinema di Andrea Arnold incoraggia lo spettatore a riconoscere il proprio stato liminale (nello specifico il vagabondaggio tra umanità e animalità) e invita a coltivare un’etica radicata nelle relazioni e nella vulnerabilità condivisa. La filmografia della cineasta alimenta discussioni teoriche sul post-umanesimo, in particolare sulla decostruzione delle gerarchie tra le specie e sulla necessità di adottare una prospettiva ecologica che trascenda i dualismi tradizionali, promuovendo una convivenza più rispettosa e interconnessa.