All'epoca (8 settembre 1960) si mandavano ancora i telegrammi. E per farlo si parlava al telefono con un impiegato incaricato di trascrivere il testo. Quindi possiamo tranquillamente imputare a lui lo strafalcione. La “mostra finita” è quella di Venezia, il film è La lunga notte del '43, opera prima di Florestano Vancini
Nella “recenzione” in questione (Il Resto del Carlino, 29 agosto 1960). Zanelli aveva sostenuto la tesi per cui nel film, oltre alla condanna del fascismo, fosse presente anche la critica di un certo tipo di antifascismo, quello “di coloro che ancora nel '43 continuavano a preferire la resistenza passiva all'attiva, l'opposizione privata e inerte all'azione diretta, alla guerra partigiana. […] Chiudendo, proprio sul motivo di quest'indifferenza, il suo film, Florestano Vancini sembra chiedere non tanto perché si sia perdonato, quanto perché si sia dimenticato, come sia potuto accadere che gli uomini di allora, gli uomini che vissero così amare e drammatiche esperienze, abbiano finito col dimenticarsene: tutto è dunque avvenuto invano?”.
Il film viene selezionato per Venezia, ma casca male. Si tratta dell'anno in cui tutta la sinistra boicotta la mostra. Il responso critico è buono, eppure lasciare il proprio film d'esordio da solo, in un grande festival, in balia degli eventi non è una cosa semplice. A Venezia viene perfino premiato come migliore opera prima, ma al momento della premiazione Vancini non c'è. Non ci può andare.


Delle traversie produttive incontrate durante la realizzazione de L'avventura ormai si sa tutto. A cominciare dal volume a cui allude Antonioni che sarà poi effettivamente curato da Tommaso Chiaretti per la collana di Renzi. Ma nel febbraio del '60 la storia era per molti versi inedita.
Nel raccontarla a Zanelli, Antonioni, persona notoriamente sobria e riservata al limite dell'introverso e dello scorbutico, inaspettatamente si lascia un po' andare. La situazione a Lisca Bianca “senza coperte, senza cibo, qualcuno di noi aggrappato a un pontone in balia delle onde” e poi la mancanza di cibo quando “un uovo diventa un tesoro. Il riso coi vermi mangiabile”, sembrano tutte scene più vicine al Potemkin che al film intellettuale del più intellettuale dei registi italiani.
Verso la fine della lettera Antonioni torna ad essere quello che è. Si rammarica di non aver potuto incontrare Zanelli in Sicilia, gli parla di Monica, gli manda delle foto, contraccambia gli auguri in ritardo (ma di cosa? Di Natale? Di buon anno? Di certo non di compleanno, entrambi sono nati a settembre) e poi sbraca di nuovo.
Quasi senza volere, quasi come un ripensamento dell'ultimo istante, a mano e di sbieco aggiunge: “Tenga presente che ho un gran bisogno di pubblicità. Non per me naturalmente, ma per il film. Grazie”.
Quando fa così, Michelangelo fa quasi tenerezza.
(I documenti qui riprodotti provengono dal Fondo Dario Zanelli, conservato alla Biblioteca Renzo Renzi)