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Chaplin incontra Fellini. Dialogo sopra due massimi sistemi

Se come scrive Jean Starobinski, l’altezza vertiginosa è al contempo la dimensione del clown acrobata e l’allegoria dell’atto poetico e creativo, allora, si può immaginare Fellini come un funambolo che, per attraversare l’abisso che lo separa dal suo film, mette in scena i propri incubi, fobie e desideri, compiendo metaforicamente un numero acrobatico che non ha bisogno di nessuna giustificazione al di fuori sé. Ciò che libera Fellini/Guido, ciò che lo redime è un atto d’amore nei confronti del mondo dell’arte, un atto di fiducia totale nelle infinite possibilità di combinazione della sua fantasia. Similmente Chaplin/Charlot si libera delle proprie angosce rappresentandole in forma di pura poesia visiva.

Italo Calvino, Federico Fellini e il transatlantico Gloria N.

Proseguiamo il viaggio alla scoperta dei tesori contenuti nel fondo Calendoli con un altro grande della letteratura del Novecento. Le uscite dei film di Fellini hanno sempre generato fazioni di estimatori da un lato e di detrattori dall’altro. E così è stato per E la nave va (1983). Il 24 novembre 1983, su “Repubblica”, uscirono contemporaneamente due recensioni, una contro di Giorgio Bocca e una a favore di Italo Calvino. La scelta è caduta sul pezzo di quest’ultimo, non solo perché è una brillante analisi del film, ma anche perché contiene lungimiranti chiavi di lettura sulla società attuale.

“Lo sceicco bianco”, il primo film anarchico italiano

Nel 1952 Fellini non è ancora completamente Fellini e il film non viene capito. Selezionato per concorrere al Festival di Cannes accanto a Due soldi di speranza (Castellani), Umberto D. (De Sica), Il cappotto (Lattuada) e Guardie e Ladri (Monicelli-Steno), viene inspiegabilmente lasciato a casa, senza che, sembra, la commissione che dovrebbe decidere quali opere vadano ai festival internazionali, sia stata consultata. Questa commissione era stata voluta dal sottosegretario alla presidenza del consiglio Giulio Andreotti ma chi aveva l’ultima parola era un uomo di fiducia del governo, Nicola De Pirro, fascista riciclato, tristemente noto durante il ventennio per le sue posizioni intransigenti e censorie. Fellini, appresa la notizia dell’esclusione del suo film, scrive subito una lettera a Blasetti e sicuro di poter contare sulla sua amicizia e appoggio, sfoga senza riserve la frustrazione dell’ingiustizia di cui si sente vittima

Alberto Arbasino e la zampata di Fellini

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema, contenuti nel fondo Calendoli. È la volta di 8 e ½ e delle acute considerazioni sul film di Alberto Arbasino, scomparso il 22 marzo scorso. In questo pezzo di altissima levatura, apparso su “Il Giorno”, il 6 marzo 1963, lo scrittore sfodera tutte le armi del suo ben fornito arsenale letterario, riconoscendo a Fellini il ruolo di profeta del nuovo Verbo cinematografico. Nel testo sono presenti tutti gli elementi fortemente critici verso una tessitura narrativa tradizionalmente intesa che, nell’ottobre dello stesso anno, spinsero Arbasino stesso e altri intellettuali tra cui Umberto Eco, Angelo Guglielmi, Edorardo Sanguineti e Giuliano Scabia a fondare il Gruppo 63 con l’intento di sperimentare nuove forme linguistiche. 

Cara Sophia… sei una canaglia! Lo scambio epistolare Blasetti/Loren

Di Sophia, Blasetti ne ha afferrato immediatamente le potenzialità; dietro la bellezza prosperosa, una donna con tutte le qualità per diventare un’attrice di prim’ordine; intelligente e soprattutto disciplinata, con un cuore generoso e disposta a lavorare sodo. Blasetti ne è completamente soggiogato. Lo scambio epistolare tra il regista e Sophia Loren nel corso del 1957, all’indomani del successo di Peccato che sia una canaglia (1955) e di La fortuna di essere donna (1956), mette in scena un Blasetti inedito, geloso, ferito nell’amor proprio dall’aver scoperto che in un’intervista, lei ha dichiarato che tra le sue interpretazioni preferite c’è la pizzaiola di L’oro di Napoli (1954).

Una bicicletta rubata che ha fatto il giro del mondo

L’Academy tributò a Ladri di biciclette l’Oscar come miglior film straniero. De Sica di colpo venne catapultato tra i grandi cantori del Novecento, con anche il merito di aver riabilitato l’immagine del Bel Paese agli occhi del mondo. Una testimonianza d’oltre oceano, finora sconosciuta, che conferma la portata universale che questo film ha saputo esprimere, la si trova in una trascrizione radiofonica inviata per posta da un amico, Pio Campa, attore e impresario teatrale che tra gli anni Venti e Trenta aveva condiviso con De Sica il palcoscenico e alcuni set cinematografici. 

“Banditi a Orgosolo” e il mistero della voce

Vittorio De Seta è stato definito da Martin Scorsese “un antropologo che si esprimeva con la voce di un poeta”. La Cineteca di Bologna, da sempre appassionata promotrice dell’opera di questo maestro, ha restaurato tutti i suoi cortometraggi. Vittorio De Seta si spegne nel 2011. Sua figlia Francesca ha fatto proprio il desiderio del padre di lasciare alla Cineteca di Bologna il suo archivio cartaceo. L’approfondimento che qui pubblichiamo sulla storia produttiva del primo lungometraggio di De Seta, Banditi a Orgosolo (1961), è il primo tentativo di fornire, grazie ai suoi diari, nuove prospettive di lettura dei suoi film, rispettando, ci auguriamo, la sua privacy.

Cecilia Mangini dal fotoreportage al documentario. “Il mondo a scatti” e il mistero di uno sguardo

Il film mostra gli esordi di Cecilia Mangini fotografa e documentarista, ma lo fa connettendo saldamente il suo passato alla Cecilia dell’oggi che dichiara il suo amore per le immagini che catturano la verità racchiusa nella così detta realtà e che ancora si interroga sui significati che questa parola, ‘realtà’, può assumere, nel momento in cui si accetta la sfida di rappresentarla. La sua passione per la fotografia la porta all’altro suo grande amore, il cinema, quello documentario; gli scatti della sua Zeiss si mettono in movimento e il bianco e nero diventa colore in 16 mm.

Per Emi De Sica

Emi De Sica ci ha lasciato un anno fa. Emi non amava parlare di sé. Preferiva lasciar dire agli altri e se la conversazione era gradevole allora gettava qua e là osservazioni acute e battute di spirito; ma quando era il momento di salire sul palco per presentare un film del padre o si preparava a essere intervistata, in lei scattava un invisibile meccanismo di precisione e clic, in pochi attimi si trasformava, diventando padrona della scena. La sua voce e le espressioni del suo viso riportavano letteralmente in vita lo spirito di Vittorio De Sica.

La voce umana di Monica Vitti

È stata una delle più grandi attrici del cinema italiano. È stata un’attrice versatile, capace di passare dalle inquadrature lunghe di Antonioni ai tempi brevi della commedia all’italiana con Monicelli, Salce e Scola. Osannata dalla critica e adorata dagli spettatori, è stata prima ancora attrice di teatro, poi occasionalmente doppiatrice, alla fine anche regista. Ma tutto questo passa in secondo piano rispetto al fatto che aveva una voce capace di straziarti il cuore. Un breve esempio della voce umana, troppo umana di Monica Vitti lo trovate qui. 

Leone, Tessari, Corbucci e Barboni. L’avventurosa storia del western all’italiana

Offriamo ai lettori alcuni estratti di L’avventurosa storia del cinema italiano. Da La dolce vita C’era una volta il West. Volume terzo, a cura di Franca Faldini e Goffredo Fofi, Edizioni Cineteca di Bologna, 2021. Oggi tocca a una ricostruzione orale della splendida avventura del western all’italiana. Sergio Leone diceva: “Io non ero affatto un patito di western. Ero un patito di buoni film e tra i buoni film includevo alcuni western. Spesso hanno fatto degli accostamenti tra Ford e me. Ecco, io la penso così: Ford era un ottimista, mentre io sono un pessimista”.

L’avventurosa storia di come Bolognini produsse Pasolini rifiutato da Fellini

Dalla formidabile cornucopia di L’avventurosa storia del cinema italiano, emerge al ricostruzione a tre voci (Fellini, Pasolini, Bolognini) della vicenda produttiva di Accattone – e di come abbiamo rischiato di non veder realizzato il capolavoro del 1961. “Conoscevo il copione di Accattone ma non avevo mai visto, diciamo, il suo copione di regia. Era una cosa incredibile, commovente. Inquadratura per inquadratura, aveva creato un copione illustrato, un lavoro stupendo che era già il film, chiaro, così come sarebbe stato. Rimasi entusiasta, sbigottito che quella roba non fosse piaciuta. Dissi subito che avrei fatto il possibile per dargli una mano” (Mauro Bolognini).

L’avventurosa storia produttiva della Bibbia secondo John Huston

Offriamo ai lettori alcuni estratti di L’avventurosa storia del cinema italiano. Da La dolce vita C’era una volta il West. Volume terzo, a cura di Franca Faldini e Goffredo Fofi, Edizioni Cineteca di Bologna, 2021. Oggi tocca all’esilarante racconto di Bruno Todini, produttore esecutivto del film di John Huston. “Quando ho fatto La Bibbia, per De Laurentiis, dopo otto mesi di lavoro ho dato le dimissioni, perché era diventata una gabbia di matti, tipico esempio della commistione dei difetti italiani e americani”. E gli aneddoti che seguono sono irresistibili. 

Cecilia Mangini e le immagini del Congresso Socialista di Livorno cento anni dopo

Al Cinema Ritrovato del 2004 Cecilia Mangini presentò per la prima volta Uomini e voci del Congresso Socialista di Livorno – unica testimonianza filmata di un evento storico epocale – che documenta lo scontro interno tra l’area rivoluzionaria e quella riformista che nel 1921 portò il Partito Socialista alla scissione da cui nacque il Partito Comunista italiano. A 100 anni di distanza, la Cineteca di Bologna, presenta il documentario restaurato. Nell’archivio di Cecilia Mangini e Lino Del Fra, abbiamo ritrovato il testo scritto di quello che Cecilia ha raccontato prima della proiezione nel 2004 e che svela come questo film sia arrivato nelle sue mani.

Ugo Pirro e Leonardo Sciascia. Identikit di due cittadini al di sopra di ogni sospetto

A conclusione di questa incredibile annata, non poteva mancare un omaggio a Ugo Pirro di cui ricorre il centenario della nascita. Il suo archivio, depositato presso la Cineteca di Bologna, è ora inventariato e disponibile alla consultazione. Per ricordare la sua attività di scrittore e sceneggiatore vale la pena chiamare in causa un altro grande autore del Novecento, Leonardo Sciascia di cui, l’8 gennaio prossimo, si celebrerà il secolo e che condivide con Pirro una vita dedicata alla scrittura e all’impegno civile. A ciascuno il suo è il primo romanzo di Sciascia a diventare un film. L’accoppiata Pirro/Petri apre trionfalmente la stagione italiana del cinema impegnato. 

Guido Piovene “legge” James Bond

In occasione della recente scomparsa di Sean Connery, pubblichiamo alcuni estratti da un articolo in difesa dell’agente segreto 007, dello scrittore e giornalista Guido Piovene, pubblicato su ‘La Fiera Letteraria’ il 19 ottobre 1967 e conservato nel fondo Calendoli. Nell’approfondimento dagli archivi, gli articoli selezionati rendono evidente come la carriera dell’attore sia imprescindibilmente legata all’interpretazione, se non incarnazione, del personaggio di James Bond e al contempo, una volta ottenuto il successo, alla volontà dell’attore scozzese, di liberarsene, dimostrando di sapere interpretare ruoli drammaturgicamente complessi.

La strada di Renzi e Fellini

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema, contenuti nel fondo Calendoli. È la volta di Renzo Renzi (1919-2004), di cui la Cineteca di Bologna ha festeggiato i 100 anni a dicembre dell’anno scorso. Intellettuale di grande levatura culturale e morale, fu tra i più illuminati e acuti critici cinematografici italiani. Capì e difese il cinema di Fellini sin dai sui esordi, come dimostra questo articolo II clima del ’40, pubblicato su Il Contemporaneo, il 23 aprile 1955. In La strada (1954), la dimensione mitica, onirica e stralunata dei personaggi calati in un paesaggio italiano desolante, sollevò un putiferio di polemiche e stroncature. Dov’era finita la lezione del Neorealismo, si chiedevano quelli di sinistra e i cattolici potevano mai accettare che gli emarginati, gli ultimi, non venissero salvati dalla Provvidenza?

Milano ha perso la testa per “La dolce vita”

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema, contenuti nel fondo Calendoli. Non poteva mancare un pezzo su La dolce vita (1960). Scelta difficile perché molti intellettuali hanno scritto pro o contro su questa pietra miliare del cinema mondiale all’epoca della sua tanto discussa uscita; Pasolini, Fortini, Montanelli, Moravia, Mosca, Russo, Spriano, solo per citarne alcuni in ambito nazionale. Ma sul cinema di Fellini, mancano le voci femminili del Bel Paese. E quella di Camilla Cederna è così originale, fuori dal coro, che era ingiusto citare il suo articolo nella precedente puntata a lei dedicata, senza riportarne almeno un estratto.

Tre passi nel delirio con Camilla Cederna

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema, contenuti nel fondo Calendoli. È la volta di Camilla Cederna (Milano 1911-1997), una delle prime donne in Italia a conseguire la laurea. Di estrazione alto-borghese, la sua carriera di giornalista e scrittrice di costume e di politica (dal 1945 al 55 è redattrice del settimanale L’Europeo e successivamente,...

Giovanni Arpino immagina Fellini

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema, contenuti nel fondo Calendoli. E su Fellini maestro del colore si sofferma Giovanni Arpino, dedicandogli una delle sue famose lettere “scontrose” dalle pagine di Il Tempo, il 13 gennaio 1965, pochi giorni prima del quarantacinquesimo compleanno del regista. Radicato nella cultura piemontese, Arpino è stato un grande giornalista, scrittore e poeta; di fama mentre ancora in vita (è scomparso nel 1987), oggi purtroppo tra i molti dimenticati, forse a causa della suo stile unico, non riconducibile alle correnti letterarie nazionali contemporanee.