Due uomini sposati, di mestiere spazzacamini, stanno dialogando in una pausa di lavoro sull’inspiegabile attrazione che hanno avuto verso il proprio sesso. Il primo è cattolico e racconta al collega e amico un sogno ricorrente in cui David Bowie lo guarda con desiderio e lui si sente lusingato come fosse una donna. Il secondo invece è agnostico e confessa di aver avuto un fugace rapporto sessuale con un cliente e di averne goduto. Tutto questo avviene in un piano sequenza di 13 minuti.

Il cinema di Dag Johan Haugerud non formula giudizi etici, ma semplicemente pone questioni incomprensibili e talvolta inaccettabili per la morale comune, con una flagranza e una trasparenza da risultare commoventi. Mai una sbavatura nella densità dei suoi dialoghi, mai una provocazione gratuita nella diversità emotiva e pulsionale dei suoi personaggi, spesso cinquantenni comuni e (dis)persi nella complessità di domande senza risposta all’interno dell’urbanistica di Oslo, lampante metafora delle relazioni umane.

Sex è il primo capitolo della trilogia che Haugerud ha dedicato ai rapporti umani (anche se nelle sale italiane è uscito per ultimo) e quello in cui il cineasta norvegese esplora con delicatezza e profondità la sfera delle pulsioni, per poi dedicarsi nei capitoli successivi a quella dei sogni (Dreams) e a quella dei sentimenti (Love).

Una commedia umana di stampo balzachiano, in cui si analizzano capillarmente l’umanità e le loro interazioni sociali, aggiornandole ai tempi della fluidità di genere e alla queer culture, senza mai trarne però una bandiera ideologica e politica, ma semplicemente liberando i sentimenti del (e nel) contemporaneo, con le loro complessità, contraddizioni e difficoltà, che spesso non devono essere spiegate e capite ma solamente accettate e vissute.

Appare nodale la sequenza della confessione alla moglie, da parte dello spazzacamino che ha vissuto una brevissima ma intensa esperienza omosessuale. Per tutto il dialogo la moglie appare di spalle, poi viene inquadrata di ¾ con il volto sfocato e la vediamo in viso solamente nella sequenza successiva, scoprendole i lineamenti disfatti da un pianto di dolore.

La grandezza registica di Haugerud sta nella capacità pudica di esporre sentimenti, pulsioni e dolori, un cineasta attento alla sobrietà del racconto e della forma, autore antispettacolare che muove il proprio sguardo verso un’ecologia delle immagini. Sex sottolinea l’importanza della libertà di scelta individuale, senza essere sottoposti a giudizi di valore morale e lo fa citando il pensiero della filosofa Hannah Arendt.

Lo spazzacamino capo (quello cattolico) ha la passione del canto e si esibisce in un coro, ma secondo la sua insegnate di canto ha la lingua rigida e deve sbloccarla. Inoltre la musicista gli impartisce una lezione su Hannah Arendt consigliandogli di leggerla e sottolineando che la filosofa tedesca ha scritto molto sul tema della libertà, tracciando una distinzione tra la sfera sociale e quella pubblica. Nella sfera sociale ci si preoccupa troppo dell'identità e dell'appartenenza a una comunità, di essere riconosciuti come membri e di conseguenza venire accettati come tali.

Il blocco alla lingua dello spazzacamino capo, ci suggerisce Haugerud, è il blocco dettato dalla paura del giudizio altrui e il suo cinema vuole essere un antidoto all’ipocrisia puritana e regalare una nuova trasparenza allo sguardo civile e spettatoriale.