"Ecco fatto, l’ho detto! E dov’è il fulmine dal cielo? Segreti e bugie... Abbiamo tutti un dolore. Perché non lo possiamo condividere? Ho passato tutta la vita a cercare di rendere felice la gente, e proprio le tre persone che amo di più al mondo si odiano a morte! Io sto nel mezzo, e non ce la faccio più! Scusami, Hortense, sei una persona molto coraggiosa. (...) Hai voluto scoprire la verità, e sei stata pronta a pagarne le conseguenze. Ti ammiro molto per questo. Sul serio". (Dal monologo di Maurice in Segreti e bugie di Mike Leigh, 1996)

Quasi tre decenni fa, approfittando di una giornata particolarmente soleggiata, due amiche di lunga data si ritrovarono di fronte a un calice di prosecco per chiacchierare e ridere in compagnia. “Vuoi che usciamo un po’ insieme?”, fu la domanda che rivolse Dionne alla vulnerabile padrona di casa, Hortense, un’oftalmologa di successo reduce dal funerale della madre adottiva. “No, devo sistemare un sacco di cose” – le rispose, lo sguardo per un momento venato di tristezza rivolto al sorriso a bocca chiusa con cui il vento accarezzava le fronde dei solidi alberi cresciuti un paio di piani più giù.

Insoddisfatta della vaghezza della replica, Dionne pungolò l’amica, desiderosa di conoscere ulteriori dettagli, chiedendo se sarebbe stato possibile offrirle il suo aiuto, ove necessario. Allora, Hortense, come se ad attenderla fuori vi fosse una metropoli in continuo fermento, un cantiere di eterni scavi e alveari inquieti, concluse il suo discorso, concentrandosi di nuovo sull’amica, ma con occhi diversi. Ricorrendo alla sola formula possibile, laconica ed esaustiva allo stesso tempo: la verità. Le sue parole furono: “La vita”.

A quasi tre decenni di distanza da Segreti e bugie, il capolavoro vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes 1996, in seguito candidato a cinque Premi Oscar – riconoscimenti che permisero al britannico Mike Leigh di consolidare il suo posto nel novero dei maggiori autori contemporanei –, Marianne Jean-Baptiste e Michelle Austin si sono ritrovate. Stavolta, in luogo della ghirlanda, la figura della defunta madre sarà ricordata posizionando un suo gioioso ritratto in un’apposita camera. Stavolta, porteranno nomi differenti. Stavolta, non saranno amiche, bensì sorelle. Stavolta, i rapporti tra le due donne, i cui caratteri si pongono agli antipodi, non saranno privi di attriti e incomprensioni. Stavolta, come in una resa dei conti definitiva, il film si intitolerà Scomode verità.

L’ultima opera del regista di Naked (1993) e Il Segreto di Vera Drake (2004), al suo ritorno sul grande schermo dopo il dramma storico Peterloo (2018), incentrato su un massacro perpetrato dall’esercito contro manifestanti disarmati radunatisi per domandare al Parlamento riforme elettorali e diritti – evento determinante per la nascita, in reazione al sangue sparso, di un celebre giornale: The Guardian.

Parafrasando le parole con cui un altro personaggio ora nelle sale, il magnate pluriredivivo Zsa-zsa Korda – eroe tragicomico alla ricerca di un’intesa duratura con la figlia novizia nel surreale La trama fenicia di Wes Anderson – apostrofa il fratellastro, nonché nemico giurato Nubar, Pansy Deacon non sembra, incontrandola per la prima volta, un semplice essere umano. Bensì, dimostrandosi presto dotata di una forza irrefrenabile, somiglia più a un’entità biblica, furiosa con chiunque le si avvicini e spietata qualunque cosa accada.

Svegliandosi immancabilmente di soprassalto ogni mattina, come se la luce rappresentasse un unico infinito incubo, non risparmia nessuno. Non una sola anima che abiti il sereno microcosmo borghese nel quale è piombata involontariamente può considerarsi immune alle sue rappresaglie. Fulmina alla cassa due frequenti clienti del medesimo supermercato di riferimento. Incenerisce un’igienista dentale, dapprima abbastanza spavalda da accennare, modulando sottilmente il tono di voce, un tentativo di contropiede – col senno di poi, senza successo – attraverso il ricorso a un sottile, ma non impercettibile sarcasmo (“Come potrei dimenticarmi di lei?”). Pietrifica una giovane dottoressa, a suo dire precoce, ritenendola aprioristicamente inesperta sulla base della sola età, colpevole di supplire alla temporanea assenza di un medico trattenuto dall’inaspettato peggioramento delle condizioni di un ulteriore paziente.

Fino a individuare con estrema chiarezza, oltrepassato lo sconcerto degli estranei, lo stesso velo di rassegnazione e fatica nelle occhiaie del marito Curtley, pressoché muto, e del figlio depresso, Moses. Il disagio interiore di quest'ultimo, in special modo, appare vivido e incandescente, sia durante le lunghe e solitarie passeggiate mitigate soltanto dalla sua musica e dalle sue cuffie, sia nelle interminabili ore spese nella sua stanza a rileggere il libro d’infanzia The Big Book of Planes. Attendendo che sia la morte del sole a salvarlo dai rimproveri della madre. L’anima di un povero diavolo, a posteriori, non esplorata a fondo, a differenza di quanto successo osservando un’altra figlia della filmografia di Leigh: l’intrattabile Roxanne, prolifica dispensatrice d’insulti degradanti all’indirizzo della madre Cynthia assolutamente ignara sia dell’esistenza sia dell’identità della sorella nello splendido e sopra citato Segreti e bugie.

Contrariamente a tale dolente e maestoso melodramma familiare – durata: 142 minuti; non uno, si precisa, superfluo –, nel quale il lavoro d’ineccepibile introspezione psicologica ordito da Leigh trova il suo spiraglio di luce non appena Hortense, con pazienza e rigore, costringe la famiglia Purley a un bagno di verità, Scomode verità rimane paradossalmente una pellicola ripiegata su se stessa, a sua volta succube dei soliloqui di Pansy. Come se fossero venute meno risorse finanziarie che avrebbero prodotto successivi e ancor più deflagranti sviluppi, limiti che ne hanno stretto il respiro, tardi giungerà il reale spartiacque.

Sarà la Festa della Mamma – ricorrenza celebrata nell’appartamento di Chantelle e delle figlie Kayla e Aleisha (saranno solo loro a sorseggiare il calice di prosecco, in quest’occasione), tanto rigoglioso e accogliente quanto asettico e glaciale quello in cui vivono Pansy, Curtley e Moses – a fornire alla protagonista l’insperata occasione di aprirsi e confidarsi alla sorella. Tuttavia, a dispetto delle premesse, se da una parte i segreti non si rivelano così sconvolgenti – le eccessive aspettative riposte da una madre emotivamente indisponibile sulla primogenita; il rimpianto di aver sposato un uomo insignificante nel timore di rimanere sola al mondo –, dall’altra diverse sono le domande lasciate come senza risposta dal film, che avrebbe necessitato di un ultimo atto.

Che cosa sta comunicando alla madre il figlio – al quale si accosterà una ragazza senza nome, offrendogli uno spuntino e illuminando un finale cupo e incompleto – regalandole un mazzo composto di dalie, garofani e margherite? Un grido di aiuto, o un insulto? Cosa si nasconde ancora dietro all’amarezza di Curtley, il quale, in un moto di rabbia, lancerà in giardino quegli stessi fiori? Pansy, seppur imbrigliata dalla sua stessa parzialità, rimane un personaggio complesso, degna di sincero approfondimento, poiché, come è scientificamente verificabile, non è dato comprendere fino all’ultimo i propri genitori né i sacrifici richiesti lungo il cammino.

Ma, allo stesso tempo, non si colloca molto lontano dal serioso e aggressivo istruttore di guida ridicolizzato dalla sua nemesi: l’estroversa e impenitente Poppy, un’altra figlia della filmografia di Mike Leigh, fulcro vivacissimo di La felicità porta fortuna (2008).