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“Scomode verità” in scomodo cinema

A quasi tre decenni di distanza da Segreti e bugie, il capolavoro vincitore della Palma d’Oro 1996, Marianne Jean-Baptiste e Michelle Austin si sono ritrovate. Stavolta, portano nomi differenti. Stavolta, non sono amiche, bensì sorelle. Stavolta, i rapporti tra le due donne, i cui caratteri si pongono agli antipodi, non sono privi di attriti e incomprensioni. Stavolta, come in una resa dei conti definitiva, il film si intitola Scomode verità.

Venerati maestri del cinema contemporaneo

A chiusura del 2019, approfondiamo il tema dei “venerati autori”. I grandi cineasti della vecchiaia. In fondo è stato comunque l’anno dei maestri, aperto dalla lectio magistralis più anarchica: quella di Clint Eastwood (quasi novant’anni, ma chi ci crede?), il corriere che continua a dirci che non esiste un mondo perfetto. Ciclicamente promette che non tornerà di nuovo in gioco: e quando pensi che sia l’ultima volta, sfoderi la retorica del testamento, ti consoli nel ritrovarlo dietro la macchina da presa… ecco che ritorna. E poi Allen, Avati, Bellocchio, Leigh, Polanski, Scorsese, e altri. 

“Peterloo”, un film parlato

Il racconto si dispiega così in un susseguirsi di dialoghi e comizi, in cui la parola è ora funzionale alla coesione sociale – unire le masse, agitarle e mobilitarle alla rivolta, più o meno violenta – ora strumento di annichilimento dell’altro. Fin dallo scontro stridente di accenti di Segreti e bugie, passando per i rantoli gutturali di Turner, la riflessione di Mike Leigh sulla lingua trova qui il suo prodotto più maturo e complesso, tanto da tradursi in dispositivo drammaturgico: in un profluvio verboso di agoni retorici e arringhe motivazionali, il film è in fondo un’infinita escalation verso un unico discorso che non ci sarà dato sentire (come a dire: parlare è un diritto, ma anche poter ascoltare). La massima, naturalmente, è attualizzabile e universalizzabile: come sempre, nel cinema civile fatto con coscienza e sensibilità.

“Peterloo” di Mike Leigh a Venezia 2018

Leigh realizza un ritratto rigoroso, quanto più oggettivo possibile e limpido di un determinato spaccato sociale, quello di un paese ai prodromi di cambiamenti e rivolte e di un’umanità alle dipendenze di un potere sazio e consunto; tra la monumentalità e lo splendore formale che contraddistingue anche Turner e una sceneggiatura tesa ad approfondire ogni singolo aspetto della vita di quel secolo e tutti i momenti preparatori alla manifestazione, riunioni e innumerevoli assemblee sia di uomini che donne, emerge anche un altro aspetto: la celebrazione della forza della conoscenza (preminente la fondazione del The Guardian) e, soprattutto, della presa di consapevolezza della propria condizione, in quel caso di subordinazione, per sovvertirla, e affermarsi in quanto individui.