Quattro amici di Calcutta si avventurano in auto verso il selvaggio est dell'India. Funzionari di alto rango e cultura, uno di loro legge un trattato sui costumi locali, quando all'improvviso scagliano il libro dal finestrino e deviano verso la foresta: è l'ora di riconnettersi con il selvatico. Eppure le loro azioni sono del tutto integrate al mondo civilizzato: occupano abusivamente una casa corrompendo dei servi, si fanno sventolare da donne come ancelle, affondano nell’ebbrezza fino a diventare molesti e giocatori d'azzardo. Mancherebbero solo delle donne per farli precipitare oltre il confine del decoro, ed ecco apparirne tre: la disinibita Duli e le più misteriose Aparna e Jaya.
Modernità e tradizione, codice e trasgressione, branco e individuo, maschile e femminile. Da questo scenario sarebbe potuta nascere un'ottima commedia hawksiana, e non v'è dubbio che sia questa la ragione dell'adorazione di Wes Anderson, al punto da promuoverne il restauro. Eppure vi è una tale pacatezza nella regia di Satyajit Ray in Aranyer Din Ratri che lo porta a rinunciare a quel rigore geometrico tipico tanto di Hawks quanto di Anderson, a rifuggire da ogni fatalismo, ad arrischiarsi, sì, ma senza scommessa, come avrebbe fatto Rohmer.
Ray è certamente disinvolto, ma anche profondamente coinvolto, tanto che può mettere in imbarazzo questi bighelloni un po' arroganti, ma non li mostrifica. Al grottesco preferisce il dettaglio psicologico, cosicché ciascun personaggio, pur germogliato dallo stesso humus, agisce con una singolarità che sfugge a ogni tipizzazione.
Utilizzando la lingua inglese, questi borghesi credono di esercitare potere sugli “incolti”, ma sono i primi a brancolare nel buio: vedi la sfrenata danza da ubriachi sotto i fari di una macchina che si rivelerà essere proprio quella di Aparna e Jaya; vedi Hari, campione di cricket, che smarrisce continuamente il portafoglio. Eppure quando incontra Duli, Hari non si scorda, a differenza dello spettatore, cosa le aveva detto diverse scene fa.
Questo perché Ray gioca, insieme ai suoi personaggi, al “gioco della memoria”: in cerchio con le nuove compagne, ognuno deve ricordare la sequenza crescente di nomi illustri pronunciati dai concorrenti. Ogni scelta aggiunge alla psicologia del personaggio, così come ogni dimenticanza, ogni errore. Ma non è forse questo il metodo stesso di Ray? Con straordinaria saggezza deve tenere a mente, annodare e dipanare ogni filo interiore dei suoi personaggi.
Se a un certo punto da questa commedia amorosa scaturisce della tragedia non è per decisione fatale di un demiurgo, ma per una logica interna al gioco stesso della memoria: Aparna, che ha perso tutto, deve ricordare tutto, farsi carico del trauma fino a incarnarlo. Denudazione spaventosa che espone anche l'algido Asim, fin lì celato dietro occhiali scuri per occultare la sua fragilità. Così Ray riesce dal singolare a tornare al tipo: da una verità intima risale alla maschera sociale di questi uomini che tentano arrogantemente di padroneggiare una lingua straniera, ma a cui rimarrà sempre straniero il desiderio femminile.