Cosa succederebbe se potessimo sospendere il tempo? Dopo Il manoscritto trovato a Saragozza (1965), Wojciech Has sfida nuovamente la nostra concezione di realtà, radicandola nelle infinite possibilità di un istante.

Tratto dal romanzo visionario di Bruno Schulz, La clessidra (1973) ci trasporta in un mondo sospeso, in cui un medico ha trovato un modo per retrocedere il flusso temporale, economizzando le energie vitali dei suoi pazienti. Giunto in questa clinica per far visita al padre – dichiarato ufficialmente morto – Jozef entra timidamente in una dimensione fantastica, dove il tempo è relativo e la storia è scandita dallo spazio.

Per i surrealisti, la realtà non offre alcuna concretezza poiché ciò che abbiamo davanti è solo una piccola porzione del reale, filtrata ulteriormente dalla nostra percezione. L’uomo tende così a valutare la veridicità di un evento in funzione del tempo, che ne registra ogni circostanza, certificandone l’esistenza. Ma come combattere l’attaccamento al tempo che attanaglia l’uomo moderno? Fuggendo nell'inconscio, dove le possibilità di esistenza sono infinite e non bisogna preoccuparsi di scegliere un’unica linea temporale che finisca per definire la nostra vita e il nostro Io – come accade al protagonista del film.

La clessidra espone l'ossessione surrealista per il tempo attraverso il contrasto tra la dinamicità delle carrellate e la staticità dei personaggi, ritratti come statue nel tempio della loro decadenza. Spesso la cinepresa si sofferma sull'ambiente, relegando il protagonista sullo sfondo poiché seguirne costantemente i passi, dipendendo dalle sue azioni, significherebbe privilegiare una sola linea narrativa, condizionando anche il tempo stesso del film. Quest’attenzione alla molteplicità del reale è ulteriormente enfatizzata dalla profondità di campo, che permette allo spettatore di scegliere dove focalizzare il proprio sguardo.

La struttura narrativa richiama il concetto nietzschiano di eterno ritorno, dove ogni attimo è sospeso e, allo stesso tempo, già vissuto, già visto, già previsto. Lo stesso Jozef si domanda: “Perché ho la sensazione d'essere già stato qui? Non conosciamo già in anticipo tutti i passaggi che incontreremo nella nostra vita? Può forse mai accadere qualcosa di totalmente nuovo?”. Le sue visioni si succedono in modo consequenziale, riprendendosi a vicenda. Non ci sono quasi mai stacchi netti ma questi sogni sono costantemente legati da elementi visivi che fungono da raccordo tra una sequenza e l’altra.

Sempre sul piano visivo, il direttore della fotografia, Witold Sobociński (La terra della grande promessa, Frantic), sfrutta la dimensione onirica per muoversi fluidamente tra diverse palette cromatiche. Inoltre, il recente restauro della pellicola ha esaltato ulteriormente l’atmosfera immaginifica degli scenari, grazie alla valorizzazione delle sfumature visive degli scenari, degli oggetti e degli stessi personaggi che abitano quel mondo.

Anche lo spazio funge da cornice allegorica dell’inconscio di Jozef. Presentandosi come una sorta di castello abbandonato, la scenografia della clinica restituisce visivamente il senso di decadenza e i segni del passare del tempo. Un tempo che, malgrado ogni tentativo di arrestarlo, deposita sempre le sue tracce su mobili, oggetti, stanze – persino sulle persone – da spolverare in cerca di risposte.

Se tutto è già accaduto, nulla è tuttavia definitivo. Ogni attimo contiene infinite possibilità, ma, se ci focalizziamo sulla classificazione della realtà, il rischio è di rimanere attaccati a quell’istante, perdendo la capacità di muoverci liberamente nello spazio – come fossimo manichini. Has invita lo spettatore ad abbandonare la razionalità – simboleggiata dai testi letterari a cui l’uomo si affida per interpretare il reale – a favore di un ascolto più profondo della nostra psiche, consegnandoci un’opera senza tempo.